Donne condannate per aver portato acqua nel deserto ai migranti messicani

Quattro donne dell'associazione "No more deaths" sono stato accusate per aver lasciato cibo e acqua nel deserto ai migranti. Quest'ultimi cercano di raggiungere l'Arizona dal Messico. Il motivo della condanna, però, ha fatto discutere.

Portano acqua ai migranti e vengono condannate, l'area del deserto è protetta
Quattro cittadine americane sono state condannate

Colpevoli di aver lasciato cibo e soprattutto acqua nel deserto ad uso dei migranti che dal Messico cercano di raggiungere l’Arizona. Sta facendo uno scalpore immenso negli Stati Uniti la sentenza emessa dal giudice Bernardo Velasco contro quattro donne appartenenti all’associazione “No more deaths”, ree di un atto di umanità che però cozza con il sistema legislativo dello stato con Phoenix capitale in materia di aree protette. Ad essere condannate sono state Oohona Olcomb, Madeline Huse, Zaachila Orozoco e Natalie Hoffman.

Il processo e il verdetto

Lo storico che aveva generato il controverso processo è stato semplice negli intenti quanto ambiguo nelle interpretazioni etiche e legali: il quartetto aveva raggiunto la riserva di Cabeza Prieta, dove è situato un rifugio, per depositarvi scorte di cibo e soprattutto acqua in favore dei numerosi migranti che, dalla confinate regione di Sonora, cercano di entrare negli Usa.

Il deserto di Sonora è un vero inferno, con temperature che a volte sfiorano i 47/50 gradi Celsius e il suo attraversamento in condizioni di marcia emergenziale equivale ad un roulette russa con la morte. Nei pressi della zona dove le donne avevano effettuato il blitz, nel 2014 erano morti 91 migranti.

Il fulcro centrale della questione: l’acqua

Il merito del verdetto emesso dal giudice ha però toccato un altro argomento: la zona in questione è una riserva e, nel motivare la sua condanna, l’inflessibile toga tex-mex ha sostenuto che quei litri di acqua, in particolare “erodono la decisione nazionale di mantenere il rifugio un’area incontaminata”. Insomma, c’era troppa acqua di origine artificiale che avrebbe “minato” le presunzioni e lo statuto “wild” dell’area, e poco importa che quell’acqua avrebbe potuto salvare vite umane.

Le donne, ad una delle quali è infatti contestato anche l’ingresso con l’auto nella zona protetta, sono state condannate ad una pena di sei mesi di carcere e ad un’ammenda di 500 dollari.

Altro episodio di condanna

Minuzie giuridiche per un caso che minuto non è. Molto peggio di loro sta invece un volontario della loro stessa associazione, Scott Warren, docente dell’Arizona State University. Essendo stato imputato per aver ospitato migranti irregolari provenienti dal flusso che tocca l’area del primo processo, per lui le porte del carcere potrebbero schiudersi addirittura per 20 anni. La “No more death” ha definito la vicenda come “un affronto per tutto il Paese”.

Redazione CiSiamo
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