Roger Waters vuol portare “The Wall” al confine USA-Messico

Roger Waters ha annunciato in queste ore che potrebbe portare il suo mega show "The Wall" oltreoceano, precisamente al confine tra gli Stati Uniti e il Messico.

Roger Waters e The Wall
La provocazione del cantante Roger Waters

La notizia è di quelle che fanno tremare le mura di ogni palazzo caudillesco. E di muri si tratta, visto che Roger Waters ha annunciato in queste ore che potrebbe portare il suo mega show “The Wall” oltreoceano, per la precisione all’esatto confine fra Stati Uniti e Messico. Il guanto di sfida a Trump è lanciato e il tignoso ex leader della Mark II dei Pink Floyd non è mai stato uno che le manda a dire, in tema di diritti civili, battaglie etiche e soprattutto di ego.

La provocazione di Roger Waters

Già, perché comprendere il fenomeno Waters senza partire dal presupposto che il nostro è serenamente e genialmente egotico significa perdersi in quadro di insieme. Un quadro dove le decennali ubbie ideologiche del bassista compositore, totem assoluto del rock mondiale fra prog., impegno e psichedelia, fanno il paio con un vissuto forgiato alla battaglia civica nel British Way of Life del suo archetipo di inimicizia assoluta: Maggie, al secolo Marghareth Tatcher da Grantham. Il passaggio dalla cofana laccata della leader britannica dei conservatori alla zazzera arancio del Presidente Usa è perciò quasi fisiologico. Semplicemente non poteva non succedere. I due, prima o poi si dovevano scornare e l’affaire Mexico border è stata occasione perfetta. Sono i giorni, cruciali, in cui Trump sta spingendo abbestia la macchina politica che presiede per mantenere la promessa trucemente più iconica fatta in campagna elettorale: costruire un muro che fisicamente separi Messico ed Usa e che freni l’immigrazione clandestina incontrollata. Soluzione tosta, soluzione finale che Waters cantò ex ante nella sua “The Fletcher Memorial Home”, storica traccia in “The Final Cut”. Dalle pagine dell’agenzia France Presse non si è fatta attendere la risposta di Waters: “Prima che possa succedere – ha detto il bassista autore – ci sarà bisogno di una presa di coscienza contro queste politiche di estrema destra. La musica è il luogo legittimo per esprimere una protesta, i musicisti hanno l’assoluto diritto, il dovere, di aprire le loro bocche per pronunciarsi”.

L’intento di Trump in ottica muro al confine

Il tutto con un’azione “molto rilevante ora, con Mr. Trump e tutto questo parlare di costruire muri e creare quanta più inimicizia possibile tra le etnie e le religioni”. L’idea sarebbe quella di portare lo spettacolo che fonda sull’epopea dell’antieroe Pink proprio lì dove i micidiali e dirompenti messaggi contenuti nel disco capolavoro del 1979 potrebbero incarnare allo stato dell’arte la simbologia della lotta contro il potere truce e muscolare che si struscia alla coscia del leaderismo tout court. Commercialmente, oltre che politicamente, l’operazione rischia di funzionare anche se solo rimanesse al puro stato di intento. E il fatto che l’aspetto musicale, da un po’ di tempo, con Waters tenda ad andarsene relegato in vacca in seconda base la dice lunga su quanto il figlio del Tommy morto ad Anzio costringa pentagramma e politica in una convivenza a volte, sublime, altre imbarazzante.

Redazione CiSiamo
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