Smart working: e se non tornassimo più indietro?

Meno spese per aziende e dipendenti, più tempo libero e meno inquinamento: e se lo smart working diventasse la modalità d'impiego prevalente?

Smart working: e se non tornassimo più indietro? Una domanda più che mai lecita adesso, con la pandemia di coronavirus in corso che ha reso indispensabile la diffusione massiccia, dove possibile, del lavoro da casa, il cosiddetto smart working appunto. Il persistere di una situazione molto più grave di quanto si potesse immaginare in origine ha poi fatto sì che la circostanza proseguisse, e che prosegua tuttora praticamente a livello globale. Che lo si chiami lavoro agile, flexible working, tele-lavoro, work 4.0, mobile working o lavoro da remoto, in uno scenario d’emergenza sanitaria mondiale è risultato necessario, di fatto, per favorire il distanziamento e arrestare il moltiplicarsi dei contagi.

Ma la sua esistenza si fonda su basi ben più ampie del semplice venir meno di uno spostamento e di interazioni faccia a faccia, tanto che diversi osservatori digitali negli ultimi anni ne hanno parlato come di una vera e propria filosofia, che mira a restituire autonomia ai lavoratori e focalizzare ogni tipo di impiego sui risultati più che sulla presenza e sugli aspetti in prevalenza fisici.

Ed ora, dopo quasi due mesi di postazioni domestiche e riunioni Skype, sono in molti a segnalare di non avere la minima intenzione di tornare indietro.

A fare più luce sul trend in termini numerici è stata un’indagine denominata States of Play, condotta dalla CNBC e la società Change Research. Interpellando quasi 6.000 persone, hanno rilevato una percentuale di smart working pari al 42%, contro l’appena 9% precedente allo scoppio della pandemia. Su questo 42% di persone, per poco meno della metà il telelavoro rappresenta un’abitudine completamente nuova, mentre una minoranza (poco più del 13%) dichiara di averne solo aumentato il ricorso. Ma il dato più importante è un altro: una volta tornati alla “normalità”, il 24% dei lavoratori attualmente attivi da casa afferma di voler continuare a svolgere il proprio impiego con queste modalità, un 20% non nasconde i benefici dello smart working ed è indeciso sull’opportunità di tornare in azienda o meno e il restante 55% evidenzia la necessità di riprendere a fare tutto dall’ufficio.

Il grafico – targato CNBC – mostra come il 24% dei lavoratori interpellati si mostri deciso a proseguire con lo smart working anche una volta terminata l’emergenza, contro un 55% che si è detto “obbligato” a rientrare in azienda e un 20% indeciso su quale modalità preferire.

Smart working: lavoratori più produttivi da casa

Dando un occhio ai numeri, è facile rendersi conto di come la percentuale di chi valuti anche solo l’ipotesi di trasformare la pratica dello smart working in quotidianità sia elevatissima, confermando quanto evidenziato da ricerche del passato. Uno studio realizzato dall’Università di Stanford aveva infatti stimato un aumento della produttività del 13% nel ricorso totale al telelavoro per un’azienda di servizi, con paralleli risparmi per società e dipendenti, minore inquinamento e un estendersi del tempo libero per una media di almeno 6 ore alla settimana.

Arrivano anche da qui le conclusioni tracciate dalla CNBC nella lettura dei più recenti dati, pronte a sottolineare come per molti il fatto che il percorso per arrivare al lavoro diventi il tratto dalla cucina al soggiorno non rappresenti affatto una brutta prospettiva.

Eppure – prosegue il quotidiano britannico – è doveroso fare un ragionamento che analizzi tutte le parti in gioco, rilevando come un notevole aumento del lavoro a distanza avrebbe gravi ripercussioni sull’economia in generale. Si pensi ad esempio ai minori spazi affittati o acquistati dalle aziende per gli uffici commerciali, che potrebbe tradursi in perdite economiche importanti per costruttori e sviluppatori. Si pensi poi alla disparità di fasce di reddito tra smart workers e non; i dati della ricerca sono piuttosto chiari: più sale il reddito, più si alza la percentuale del tele-lavoro.

Detto questo, anche per CNBC e Change Research sul grado di soddisfazione sembra non sussistere alcun dubbio: il 60% dei lavoratori dichiara di essere molto produttivo da casa, spesso più produttivo rispetto a quando porta avanti l’impiego dall’azienda. Interpellati su come trascorressero il tempo risparmiato quotidianamente, molti hanno fatto riferimento alle maggiori ore dedicate alla famiglia, agli hobby o semplicemente a dormire di più. Il 28%, infine, ha dichiarato di impiegare quel tempo per lavorare di più.