Il coronavirus rischia di mandare all’aria gli accordi commerciali post Brexit

I più ne sono convinti: il Regno Unito non riuscirà a concludere nessun accordo commerciale con l'Unione europea entro la fine dell'anno

Il coronavirus rischia di mandare all’aria gli accordi commerciali post Brexit. La crisi multisettoriale innescata dal coronavirus minaccia di far deragliare i negoziati commerciali post Brexit tra Regno Unito e Unione Europea. Ne è certa la maggioranza degli analisti, pronta a sottolineare come la deadline indicata – entro la fine del 2020 – appaia al momento fortemente a rischio, affossata da tutta una serie di priorità ed emergenze da ricollegare in maniera diretta alla pandemia.

Dopo aver lasciato il blocco lo scorso 31 gennaio, il primo ministro britannico Boris Johnson si è impegnato a concludere un’intesa commerciale quest’anno, prima che l’attuale fase di transizione – di scena fino al dicembre del 2020 – si concluda ufficialmente. È proprio quella in cui siamo immersi ora, dunque, la fascia temporale predisposta alla nascita di un nuovo accordo commerciale tra UK e UE a 27 nazioni.

Il coronavirus rischia di mandare all’aria gli accordi commerciali post Brexit

Com’è molto facile immaginare, il tutto è ora a rischio visto che i due negoziatori affrontano ferrei lockdown a causa dell’emergenza sanitaria. Esattamente come evidenziato alla CNN da Constantine Fraser, analista per lo scenario europeo presso TS Lombard, secondo cui la pandemia ha completamente alterato i piani di Unione europea e Regno Unito, relegando i colloqui post-Brexit a un “problema secondario”.

“Se già prima era difficile raggiungere un accordo nei tempi stabiliti, ora la pandemia rende il tutto impossibile”, ha spiegato Fraser.

Alla fine della scorsa settimana, i due team predisposti a trovare l’intesa hanno tenuto la prima vera call da quando per entrambe le parti vige l’obbligo di auto-isolamento. Il francese Michel Barnier, a capo del gruppo di negoziazione europeo, è risultato positivo al coronavirus a marzo, esattamente come il premier britannico Boris Johnson. Mentre Barnier ne è uscito abbastanza rapidamente, Johnson ha dovuto affrontare tre notti in terapia intensiva ed è tuttora in fase di recupero.

Eppure, malgrado ostacoli notevoli, per il capo-negoziatore UK David Frost da Downing Street non c’è nessuna intenzione di chiedere una proroga dell’attuale periodo di transizione, così come ribadito da un portavoce dell’esecutivo lo scorso venerdì: nessuna revisione dei tempi.

Verso una fase 2 della transizione?

Il governo insiste sul fatto che l’intesa è “sulla buona strada”, mentre il sospetto dei più è che le trattative siano soggette a uno stallo totale. Va inoltre sottolineato – come fatto di recente alla CNBC da Vicky Pryce, del Center for Economics and Business Research di Londra – che molti dipendenti pubblici a lavoro sulla Brexit si stanno ora occupando esclusivamente di questioni relative al coronavirus, e questo va a ritardare le pratiche e pesare sulle scadenze fissate.

Dal punto di vista legale, il Regno Unito ha tempo fino al primo luglio per estendere il periodo di transizione ora in corso, con la possibilità di prorogarlo fino a due anni, ovvero fino al dicembre del 2022. Un portavoce della Commissione europea si è detto pronto ad accogliere una proroga, precisando però che spetta al governo UK portare avanti la richiesta.
Kallum Pickering, economista britannico di Berenberg, ha spiegato che non dovremmo escludere un’estensione malgrado la posizione ufficiale del Regno Unito sembri adesso irremovibile. Una proroga dai 6 ai 12 mesi – ha proseguito Pickering – può essere molto probabile “date le circostanze”.

E non è certo il solo a pensarla così. La maggioranza degli analisti si mostra convinta di andare incontro a una proroga, definita d’altronde una circostanza motivata – più che mai stavolta – da una “scusa ragionevole”. Eppure, è verosimile che il Regno Unito cerchi un modo per evitare una richiesta esplicita, con una cosiddetta estensione ‘dell’ultimo minuto’, non domandata entro la scadenza di luglio ma obbligata dalla situazione, e ufficialmente presentata come una “transizione di fase 2”, piuttosto che una proroga.