Coronavirus: un colpo all’economia mondiale

Secondo Fortune il 90% delle maggiori realtà aziendali deve far fronte a brusche interruzioni delle catene di approvvigionamento, per un impatto economico mondiale incalcolabile.

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Dal punto di vista della salute pubblica, l’impatto globale del Coronavirus è in continuo aggiornamento, impossibile da quantificare in misura complessiva. Meno difficoltà a dare dei numeri si riscontrano invece per quanto riguarda le conseguenze economiche, specie quelle sulle maggiori realtà aziendali.

Ne ha dato un’interessante lettura il recente report targato Fortune, che ha parlato di serie interruzioni delle rispettive catene di approvvigionamento per il 90% delle maggiori compagnie mondiali. Il coronavirus continua a diffondersi.

La regione cinese maggiormente colpita dall’epidemia è il centro delle forniture globali, con almeno 163 dei colossi che fanno parte della graduatoria Fortune 1000 che hanno fornitori di primo livello nell’area.

Coronavirus: spaventa anche i colossi come Amazon

Secondo Josh Nelson, responsabile strategy and business transformation di The Hackett Group, componenti fondamentali potrebbero restare bloccate e arrestare un’intera linea di produzione. “Questo è preoccupante: l’assenza di un solo articolo può bloccare una filiera e pesare su un intero settore”.

Ad avvertirne le conseguenze colossi come Amazon, che sta accumulando un volume sempre più ampio di merci di fabbricazione cinese in stallo. Anche Under Armour ha segnalato un potenziale deficit che va dai 50 ai 60 milioni di dollari nel primo trimestre del 2020. In più, va fatta luce sulla chiusura degli stabilimenti cinesi di diverse case automobilistiche, e i ritardi già segnalati tra i principali giganti dei comparti tech o gaming. Nintendo ha previsto forti rallentamenti nella produzione e nelle spedizioni. Numero crescente di aziende sta rivedendo al ribasso le stime dei conti sulla scia del coronavirus.

Oltre agli effetti già annunciati – prosegue Fortune – molte compagnie non sanno ancora quanto serio e continuativo sarà l’impatto sulle loro filiere. Malgrado la conoscenza degli stati dei fornitori di primo livello, le interazioni con i fornitori di livello inferiore sono praticamente minime se non assenti. Spesso automatismi di cui le società prendono piena coscienza solo di fronte a impasse.

Brian Alster, che si occupa della gestione rischi per Dun & Bradstreet. Ha parlato di acque che “diventeranno sempre più torbide”, ricordando che l’impatto della Cina sul commercio mondiale è cresciuto. Nel corso dell’epidemia di SARS, nel 2003, Pechino rappresentava il 2% del PIL globale, oggi il 20%.
Il report targato Fortune prefigura per le industrie automobilistiche ed elettroniche i maggiori effetti sugli utili del primo trimestre, seguite da servizi al dettaglio e quelli finanziari, con un’enfasi anche per le numerose interruzioni sul fronte turistico.

Che cosa si può fare in una situazione del genere?

“C’è chi paga il trasporto aereo per spostare forniture dalla Cina a un costo notevolmente maggiore. Per il momento non abbiamo riscontrato grosse interruzioni in Nord America. Le case automobilistiche stanno facendo tutto il possibile per continuare a produrre i loro veicoli più redditizi”. Ha affermato Ann Marie Uetz, tra le maggiori esperte e osservatrici del comparto automobilistico.

Fare tutto il necessario può comportare spese notevoli, spesso con rialzi del 5% o del 10%, anche fino al 30% in caso sia necessario il trasporto aereo. Ma l’alternativa è peggiore: interrompere la produzione e perdere acquirenti. Può infatti essere sufficiente anche un solo pannello automobilistico o uno specifico motore industriale per impedire la spedizione di un prodotto. E considerando una modalità di lavoro diventata sempre più personalizzata e lontana da componenti standardizzate. Trovare una fonte alternativa può essere nella migliore delle ipotesi costoso, nella peggiore impossibile.

Oltre a rinunciare a fette d’utenza, l’eventuale stallo ha altre implicazioni a lungo termine. Un’azienda può facilmente interrompere la produzione, ma riavviarla significa rimettere in moto l’intera catena di approvvigionamento e farla funzionare di nuovo per tutti le componenti necessarie.
Mentre la preoccupazione dilaga, il più grande dilemma riguarda la durata dell’attuale situazione. Se da una parte alcune compagnie hanno maggiori opzioni, fatte di diversificazione e dislocazione, per altre la dipendenza da determinati componenti è totale.

Per comprendere meglio l’impatto del coronavirus sulle aziende basta analizzare la quotidianità di Apple. Tale è la dipendenza del colosso di Cupertino dalla Cina per componenti e assemblaggio che la United Airlines trasporta ogni giorno 50 dirigenti tra California e Cina. Ora però quei voli sono sospesi. Gli analisti ritengono che il virus potrebbe ridurre le spedizioni di iPhone dal 5 al 10%, arrestando bruscamente la produzione degli AirPods. Solo uno delle migliaia di esempi pratici che mostrano come il virus possa danneggiare le catene di approvvigionamento globali, costando caro all’economia mondiale.

Redazione CiSiamo
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