Cosa sopravviverà dello smart-working alla fine dell’emergenza Coronavirus

Smart working

Dalle videolezioni di maestri e professori che fanno di tutto per non abbandonare i propri alunni, alle conferenze stampa “igienizzate”, dove rappresentanti politici e istituzionali riscoprono la potenza mediatica dell’informazione senza contraddittorio, passando per le aziende di servizi, dove l’imperativo del controllo degli impiegati sul luogo di lavoro lascia lo spazio a nuove modalità di valutazione del lavoro stesso. L’Italia, ai tempi dell’emergenza Covid-19 riscopre lo smart-working e si avvia ad un’innovazione tecnologica che in alcuni casi potrebbe sopravvivere anche ad emergenza finita, avendo dimostrato le proprie potenzialità. Ma restano forti sacche di resistenza, specie nella pubblica amministrazione e nelle scuole, dove l’età anagrafica del personale mal si concilia alla ricezione dei nuovi strumenti di lavoro. Di tutti questi aspetti parliamo con Jacopo Franchi, consulente di comunicazione digitale a Milano.     

Che effetto a lungo termine avrà l’emergenza del Coronavirus a livello di innovazione tecnologica nel nostro paese?

Ci sarà una maggior consapevolezza dell’esistenza di strumenti digitali alternativi o complementari a quelli offline, e si avvertirà il bisogno di investire maggiormente nello sviluppo dei primi, così da essere pronti per qualsiasi nuova emergenza. Quante piccole e medie imprese si sono trovate impreparate, ora che più di qualsiasi altro momento dovrebbero ricorrere al lavoro da casa dei propri dipendenti? Quanti istituti sono stati presi in contropiede dalla chiusura delle scuole, ora che dovrebbero assicurare la didattica ai propri studenti con tecnologie a lungo ignorate? La speranza è che le risorse a disposizione per la digitalizzazione del Paese superino nel prossimo futuro quelle dedicate al salvataggio di industrie ormai decotte. 

Oltre alle industrie, parliamo anche del settore pubblico. A che punto siamo, in termini di innovazione digitale, nei confronti del resto dei paesi europei a capitalismo avanzato, a livello di didattica e pubblica amministrazione?

L’Italia non è seconda a nessuno per la disponibilità di talenti e di persone disposte a lavorare con le nuove tecnologie. Io non credo che esistano persone in assoluto refrattarie all’innovazione, ma queste devono essere messe nelle condizioni di poter operare: che cosa è stato fatto finora per educare gli insegnanti a un uso consapevole delle nuove tecnologie? Che cosa nei confronti dei dipendenti pubblici? Quanto tempo hanno a disposizione questi ultimi da dedicare al proprio aggiornamento professionale? Se l’educazione digitale resterà sempre marginale, un’ora di straordinari obbligatori, un corso di formazione tra tanti altri, diventerà sempre più difficile colmare il divario con il resto del mondo.

La “rivoluzione digitale” si scontra però anche con la frustrazione di una fetta del personale che – specie nelle scuole e nel settore pubblico, anche per un discorso anagrafico – fatica a recepire nuovi strumenti per l’apprendimento e per il lavoro. Giusto secondo lei assecondare questa innovazione?

Ci sono insegnanti di sessant’anni che parlano dei social in classe con i propri studenti, e giovani laureati che non sanno distinguere una notizia falsa da una vera quando sono online. Sicuramente, l’età non aiuta processi di apprendimento che richiedono spesso di dimenticare tutto quanto si è appreso fino a quel momento per fare spazio a un nuovo modo di comunicare, relazionarsi, agire. Ma quanti di coloro che oggi esercitano una professione digitale sono stati ingaggiati per condividere le proprie competenze nelle scuole e nel settore pubblico? Probabilmente, molti professionisti sarebbero anche disposti a dare una mano se fossero messi nelle condizioni migliori di farlo.

Intanto anche le università pubbliche sembrano andare verso l’apertura di lezioni on line ed esami in streaming. Possibile che queste misure estemporanee diventino sistemiche, favorendo la conciliazione tra tempi di lavoro e formazione qualificata (andando anche oltre il modello delle cosiddette università telematiche)? 

Non ho mai capito perché la didattica frontale dovesse essere preferibile alla didattica scritta, in videoconferenza, o registrata su un podcast. Ogni ragazzo ha modalità di apprendimento diverse: perché non dare a tutti la possibilità di scegliere se seguire le lezioni in aula, in diretta streaming da casa, via podcast o leggendo le “dispense”, assecondando i bisogni di ciascuno? Sarebbe un bel risparmio per le famiglie, in termini di costi di trasporto e di alloggio, e di tempo guadagnato per gli studenti stessi. Non si tratta di chiudere le aule e segregare ogni studente in casa: bensì, di dare a tutti la possibilità di scegliere se seguire i corsi dal vivo oppure a distanza. Agli esami, dovrebbe vedersi la differenza tra chi studia e chi no.

E’ utile che gli istituiti educativi come le scuole approfondiscano una formazione legata al pensiero per immagini che le nuove generazioni, addestrate all’utilizzo dei social media, sembrano prediligere? Quali saranno le conseguenze di questa scelta?

Non è una questione solo di comodità o immediatezza: una comunicazione per immagini (foto, video, “meme”) è molto più inclusiva della comunicazione scritta, alla quale moltissimi giovani non vengono abituati né in famiglia, né a scuola, né nei contesti sociali in cui sono immersi. Quanti ragazzi hanno difficoltà con l’ortografia e la grammatica? E fino a che punto la scuola insegna davvero a utilizzare una lingua contemporanea e accessibile ai più, se anni e anni di studio vengono spesi su testi letterari precedenti al 1950? Non si tratta di rinunciare al latino o all’Ariosto, ma di interrogarsi sul perché quattordici anni di formazione obbligatoria portano ad adulti incapaci di comprendere un testo complesso e di scriverlo a propria volta. Paradossalmente, l’uso dei dispositivi digitali potrebbe favorire l’utilizzo della scrittura: una lingua corrotta, piena di inglesismi ed orrori sintattici e grammaticali, ma d’altronde chi a sedici anni si esprime “come un libro stampato”?

Intanto sul fronte dell’informazione, sembra quasi che la mole di informazioni veicolata da nuovi media e social sul Coronavirus, abbia fatto ritrovare fiducia nei canali di informazione tradizionali, come i quotidiani. E’ così?

È emerso il naturale bisogno di disporre di informazioni organizzate secondo una gerarchia di rilevanza: fatti e opinioni, testimonianze e previsioni. Sui social questo ordine non è previsto, l’algoritmo può rendere virali le opinioni di un perfetto incompetente come delle testimonianze non verificate. Per chi non è a conoscenza di queste dinamiche, per chi pensa che i contenuti che appaiono ai primi posti nella propria homepage siano necessariamente i contenuti più rilevanti, è un bel guaio. D’altro canto, è grazie ai social se le informazioni circolano più velocemente, se le persone possono chiedere aiuto e aiutarsi l’un l’altro (penso agli anziani soli, che non hanno nessuno che gli faccia la spesa), se possono accedere direttamente alla fonte delle informazioni (vedi le dirette streaming di Regione Lombardia su Facebook). È in casi come questi, credo, che emerge tutta l’importanza di poter disporre di social media “pubblici”, anziché asserviti a interessi commerciali che non rinunciano ad assorbire dati e fornirci contenuti “personalizzati” nemmeno in questa emergenza.

Lei ha scritto un libro, “Solitudini connesse”, un ossimoro. Qual è il messaggio che voleva far passare?

Che la solitudine che le persone possono sperimentare sui media digitali non ha niente a che vedere con quella del passato. I social media oggi rispondono ai bisogni di una società sempre più atomizzata, dando a chiunque la possibilità di entrare in contatto con un numero illimitato di persone, interagire con loro, farseli “amici”. Il problema, di cui si sta maturando molto lentamente una diffusa consapevolezza, è che tra noi e gli altri opera un algoritmo che modifica in maniera invisibile il modo in cui noi osserviamo il resto del mondo, e il modo in cui il resto del mondo ci osserva. Fino al caso estremo che se io interagisco di frequente con un mio “amico” di Facebook potrei arrivare a vedere con maggiore frequenza i suoi post e credere così di aver sviluppato una sorta di legame con lui: lui, al contrario, non avendo interagito in passato con i miei post potrebbe non notare i miei ultimi aggiornamenti, fino al paradosso do dimenticarsi della mia stessa esistenza. Siamo sempre “amici”, ma solo uno dei due si ricorda di esserlo.

Pier Paolo Tassi
33enne laureato in filosofia a Torino, da quattro anni si occupa della gestione di centri di accoglienza per richiedenti asilo. Nel tempo che resta, scrive di politica e sociale per il quotidiano Libertà, per il settimanale Corriere degli Italiani e per il blog Generazione Antigone. Ostinatamente dalla parte degli ultimi, verso i quali ha sempre nutrito curiosità e grande rispetto. Anche se a volte lo fanno veramente dannare.