Secondo Diaco c’è una “dittatura social”, e lui cancella i profili

Secondo Diaco c'è una "dittatura social", e lui cancella i profili. Il conduttore dice addio a Facebook e Instagram, ma non a Twitter

Secondo Diaco c’è una “dittatura social”, e lui cancella i profili. “Ci ho pensato molto. La mia avversione culturale alla ‘dittatura’ social ha raggiunto il punto di non ritorno. Sono convinto che prima o poi l’essere umano si renderà conto di essersi trasformato in un profilo, in un account, in un surrogato. Voglio dare l’esempio: sottrarmi a tutto questo per ricominciare, insieme a chi vorrà, a guardare negli occhi le persone senza le assillanti ingerenze di notifiche, suoni e alert. Tra 3 giorni non avrò più alcun profilo social su facebook e Instagram: cancellerò ogni traccia. Vi aspetto per la strada, dove è possibile parlare e ascoltare. Manterrò attivo solo l’account Twitter per usarlo qualora ce ne fosse bisogno”. L’annuncio viene su Twitter da Pierluigi Diaco, giornalista e conduttore di ‘Io e Te’ su Rai1 il quale sottolinea che, come successo in questi giorni, si limiterà a utilizzare il suo account twitter solo e unicamente per rispondere a chi lo chiamerà in causa ‘infamandolo’.

Secondo Diaco c’è una “dittatura social”, e lui cancella i profili

“Negli ultimi anni i media cosiddetti tradizionali, radio, tv e giornali – dice all’Adnkronos che lo interpella – si sono fatti dettare l’agenda di temi e argomenti da quella che io chiamo la dittatura social. Come fa ad essere più autorevole un account anonimo rispetto a un giornalista, scrittore, opinion leader che, prima di esprimere una opinione, si concede il naturale tempo del ragionamento, del silenzio e dello studio? Ho la sensazione che se questa sudditanza psicologica che i media tradizionali hanno nei confronti della dittatura social non finirà in tempi brevi, la cultura digitale, che ha di per sé un carattere a tratti disumano, si mangerà la cultura delle emozioni e quindi l’uomo, come diceva Maritain, nella sua centralità”, sostiene Diaco, rimarcando un’avversione di cui già aveva parlato tre anni fa, in un articolo del Corriere della Sera del 23 giugno 2017.