Fabrizio De André, vent’anni senza il cantore degli ultimi

Era l'11 gennaio 1999, quando si spense Fabrizio De André, stroncato da un carcinoma polmonare. Ma le sue canzoni fanno parte ormai del patrimonio culturale e morale.

Fabrizio De André
A 20 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, il ricordo attraverso el sue canzoni

“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito degli esitinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”. Così dicono alcuni versi di “Smisurata preghiera“, una delle canzoni che sono, secondo me, il simbolo di Fabrizio De André. E sicuramente, De André ha consegnato a tutti noi “una goccia di splendore, di umanità, di verità”. A 20 anni esatti dalla sua morte, l’11 gennaio 1999 stroncato a 58 anni da un carcinoma polmonare, nessuno lo ha dimenticato.

E non solo chi la sua musica l’ha vista nascere e crescere, e farsi strada nel panorama della canzone italiana. Anche i più giovani continuano a rimanere affascinati dalla carica ideale – e forse anche utopica – del cantautore. Perché De André non è stato solo uno spartiacque nella musica italiana. È stato anche un poeta, e il poeta degli ultimi e dei piccoli. Colui che dava voce a chi non aveva voce. Alla prostituta Bocca di Rosa o a quelle che “a dumenega” si vestono a festa e passeggiano per la città. A Marinella, ai frequentatori del Porto Vecchio, ai pescatori di creuza de ma“. Ha dato voce a chi andava “in direzione ostinata e contraria”.

Sterminata la sua discografia, intrisa di dolcezza, ironia e crudezza; molti i temi cantati da Fabrizio De Andrè. Amore, morte, spiritualità, quotidianità. Dai brani più famosi come “Il pescatore” e “La guerra di Piero” ai meno noti brani contenuti nell’album “La buona novella”, dove narra una sacra famiglia molto umana, ma non per questo meno spiritualmente forte; sono tutte canzoni entrate nel nostro patrimonio culturale.

Il messaggio di Fabrizio De  André

E forse è per questi motivi che di De André continua ad affascinare. In un momento storico che pare sempre più senza bussola, le parole di Faber ci ricordano chi siamo, o chi dovremmo essere. Ci ricordano gli amori a cui “non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza”, o l’ipocrisia di chi di giorno si rivolge alla prostituta chiamandola “pubblica moglie” ma di notte le fa “stabilire il prezzo alle sue voglie”. Ci ricordano che il mondo non è solo di chi può far valere le proprie ragioni, ma di chi quel mondo lo costruisce nella quotidianità. Forse il fil rouge della sua opera è questa, la sua straordinaria quotidianità. La quotidianità di chi cucina “a çimma”, del secondino che porta il caffè a “Don Raffaé”, di chi si chiede “perché non riesci più a volare?” davanti ad una vita quasi perfetta. La quotidianità di chi continua a sperare e a vivere, e non si lascia sopraffarre dalla disperazione e dalla miseria.

Grazie di tutto, Faber.

 

Redazione CiSiamo
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