L’8 marzo oggi: donne, a che punto siamo?

E' l'8 marzo, la giornata dedicata alle donne di tutto il mondo. Ma qual è la condizione femminile nel nostro paese oggi? Qualche riflessione (e qualche dato)

Oggi è l'8 marzo

E’ stato un 8 marzo molto strano. Niente cortei, niente iniziative nei comuni, niente manifestazioni in città: tutto si ferma nei giorni del Coronavirus. Ed è un peccato, perché parlare delle donne nella Giornata Internazionale della Donna è importante . Soprattutto nel nostro Paese, che sui temi di genere tende a non approfondire mai fino in fondo.

Come CiSiamo.info abbiamo fatto un excursus storico sul perchè dell’8 marzo (lo potete leggere qui). Quella di oggi è una giornata che nasce dopo anni e anni di lotta – in diverse forme – per l’acquisizione di diritti civili e politici. Ma a quasi 100 dall’istituzione del primo 8 marzo come va la condizione delle donne italiane? Ne parliamo quest’oggi, perché la Giornata internazionale delle Donne possa essere l’occasione non solo per ricordare che tante battaglie si sono combattute e vinte, ma che tante altre sono ancora in corso. 

8 marzo
Oggi è l’ 8 marzo, la Giornata Internazionale delle donne.

Sulle questioni di genere c’è stato un risveglio negli ultimi anni. In Italia (e altrove) non solo ne parliamo di più, ma si è diffusa una nuova consapevolezza femminile che è tornata a essere centrale nel dibattito pubblico. Nonostante tutti i passi avanti compiuti dalle donne in questi anni, in molti ambiti (politica, in primis) le donne hanno ancora difficoltà ad emergere. E non è solo un modo di dire: i numeri lo dimostrano.

Donne in politica: come va?

In Italia, anche se metà della popolazione è femminile, solamente un terzo delle cariche politiche nazionali e meno di un quinto di quelle locali sono in mano a donne.
Queste non solo sono meno rappresentate (il 64% dei parlamentari e il 65% dei senatori sono uomini) ma ricoprono anche cariche di minor rilievo. Al 2018, su oltre 1500 incarichi di ministro le donne ne avevano ricoperti solo 83 di cui 41 senza portafoglio, solo il 14% dei comuni aveva una sindaca donna e i capi di regione erano 2 su 20. Ancora oggi, nel nostro Paese, nessuna donna è stata presidente del consiglio.
Il problema della mancanza di donne in politica non riguarda solamente gli organi di governo, ma gli stessi partiti in cui le donne sono poche e raramente ricoprono cariche di rilievo. Per cercare di arginare il problema si è fatto spesso uno delle cosiddette “quote rosa”, un provvedimento (in genere temporaneo) teso a equilibrare la presenza di uomini e donne nelle sedi decisionali. Valgono in politica e non solo: le quote rosa sono state applicate ad esempio anche nei consigli di amministrazione.

Come è andata l’introduzione delle quote rosa?

La legge che regola le quote rose ai vertici delle aziende è la legge 120 del 2011, anche nota come legge Golfo-Mosca. Non molti sanno che scadrà tra pochi anni, nel 2023: 12 anni, secondo chi aveva pensato la legge, era un tempo ragionevole per cambiare la mentalità sul posto di lavoro. Ma che obblighi impone la legge 120? Dall’agosto 2012, la legge obbliga le società quotate in borsa e quelle controllate pubbliche a destinare almeno un terzo dei posti nei consigli di amministrazione e di controllo a persone appartenenti al genere meno rappresentato (nella maggior parte dei casi si trattava di quello femminile).

Fortemente contestate, spesso anche dalle donne, le quote rosa hanno però portato un reale cambiamento ai vertici delle aziende e i numeri lo dimostrano. Uno studio del 2017, condotto dall’Università di Padova ha dimostrato che da quando la legge è in vigore i numeri delle donne nei CDA è drasticamente aumentato. Prima dell’applicazione della legge, la percentuale di posti occupati dalle donne era poco meno del 7%. Nel 2017 la percentuale di posti in consigli di amministrazione di società quotate in borsa è pari al 33,6%.

Gender gap, di cosa si tratta?

Gender gap è un’espressione che arriva dalla lingua inglese e indica la differenzia salariale tra uomini e donne che svolgono il medesimo lavoro. Il World Economic Forum, che da più di un decennio tiene sotto osservazione il divario di genere, è tra le fonti più affidabili a cui ricorrere quando si tratta di individuare campi critici in cui le probabilità che si formino e si consolidino delle differenze tra uomini e donne sono maggiori.

Il WEF ha indicato in 61 anni il tempo necessario per chiudere il divario di genere in Italia, come in tutti gli altri paesi del blocco europeo. Non è il risultato peggiore se si considera che per l’America del Nord questo intervallo di tempo cresce fino a 165 anni.

Attualmente il nostro Paese è al 76esimo posto su una classica di 153 stati relativa ai problemi del Gender Gap. Un risultato deludente, considerando che nel 2018 avevamo fatto alcuni passi avanti e chiuso “solo” al 70esimo posto. E non è tutto: In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, il divario fra tasso di occupazione delle donne e quello degli uomini è del 18,9%, in Europa fa peggio solo Malta. La situazione peggiora ulteriormente se le donne hanno figli. In Italia l’11,1% delle madri con almeno un figlio non ha mai lavorato. Un dato che è quasi tre volte la media dell’Ue  pari al 3,7%.  Il tasso di occupazione delle madri tra 25 e 54 anni che si occupano di figli piccoli o parenti non autosufficienti è del 57% a fronte dell’89,3% dei padri. 

La violenza sulle donne è ancora un’emergenza

Non è facile definire le violenze di genere. Il Ministero dell’Interno definisce “violenza contro le donne” ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà. Così recita l’art. 1 della dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne”. E prosegue: “con l’espressione violenza di genere si indicano tutte quelle forme di violenza da quella psicologica e fisica a quella sessuale, dagli atti persecutori del cosiddetto stalking,allo stupro, fino al femminicidio, che riguardano un vasto numero di persone discriminate in base al sesso.

Inutile girarci intorno: uno dei problemi più seri e preoccupanti quando si parla di donne è quello relativo ai femminicidi. Nel 2020, i casi di femminicidio sono stati 15: più o meno uno ogni 4 giorni. La maggior parte delle volte a commettere l’atto è il partner o l’ex partner della donna. Il femminicidio è la punta più alta – e più drammatica – dell’iceberg della violenza sulle donne. Ne esistono altre, a volte più silenziose e subdole, e colpiscono donne, ragazze e adolescenti di ogni età. Tra quelle più diffuse c’è la cosiddetta “molestia da strada” o cat calling. Per riassumerla facilmente si tratta di tutti i commenti più o meno osceni che le donne ricevono in strada sono per il fatto di essere donna (stiamo parlando dei “ciao bella” o i fischi indesiderati). Secondo i dati della Cornell University l’84% delle donne prima dei 17 anni ha ricevuto questi tipi di commenti.

Nel 1999 l’Assemblea Generale delle nazioni Unite ha istituito La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. L’Assemblea generale ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno.

Un'immagine dal Film "Piccole donne". Oggi è l'8 marzo: a che punto siamo?
Un’immagine da un Film che ha fatto storia: “Piccole donne”.

L’8 marzo serve ancora?

Donne, a che punto siamo? Qualcosa si muove, eppure non basta. Le leggi servono e anche i correttivi. Ma serve mantenere alta l’attenzione sulle donne e sulle conquiste che ancora devono essere compiute. In questo 8 marzo particolare, dove il Coronavirus la fa da padrone e ogni iniziativa sul tema viene annullata, nel nostro piccolo cosa possiamo fare? Forse leggere, scoprire e raccontare quanta strada è stata fatta da quel famoso “primo 8 marzo” e quanta ancora dovremo fare. L’8 marzo serve ancora? Probabilmente sì. Ma facciamo in modo che non resti una data isolata: celebriamo, ascoltiamo, valorizziamo le donne 365 giorni l’anno.