Sopravvivere all’Isis. Vita, morte (quasi) e miracoli di Gabriele Micalizzi nel libro scritto con Moreno Pisto

Intervista con Gabriele Micalizzi e Moreno Pisto per presentare In guerra, il libro che racconta la vita del reporte delle zone di conflitto: dalle case popolari al confine contro l'Isis.

Se fosse in una serie tv, lo chiameremmo l’Immortale. Se fosse un personaggio dei fumetti probabilmente sarebbe il Superman dell’hinterland milanese. Se fosse in un film sarebbe Gabri il Redivivo, nella vita vera invece è Gabriele Micalizzi.

Gabri è sopravvissuto all’esplosione di un RPG nel febbraio del 2019. A un anno esatto esce la sua biografia scritta insieme all’amico e giornalista Moreno Pisto, attualmente brand e content manager di Moto.it e Automoto.it. Il libro si intitola In guerra, che è più una predisposizione mentale, piuttosto che un dato di fatto.

Gabri ama la storia, l’adrenalina e la fotografia. Vive per queste tre cose che non a caso ha messo insieme facendo il reporter delle zone di conflitto. Odia il perbenismo, ma “non è questione di essere cinici, è che la spontaneità è funzionale”. Quando Gabri era in ospedale Moreno aveva poche notizie, a volte non le aveva proprio. Una volta era sul divano di casa sua dove spesso ha dormito Gabriele che era spesso ospite e si appuntò una frase che ha inserito nel libro: “Sopravvivere è il primo scalino per poi trionfare”.

Nelle 250 pagine del libro, edito da Cairo Editore, c’è tutto Gabri. Il suo modo di parlare, il suo atteggiamento, la sua infanzia tra le case popolari di Cascina Gobba, il suo rapporto con la famiglia, le sue passioni, la scuola, il lavoro e la fotografia. Ma c’è una cosa che più di altre si percepisce da questa biografia che inizia da quell’incidente del febbraio dello scorso anno ed è che per Gabriele Micalizzi “la morte è una rottura di palle”.

Foto di Gabriele Micalizzi

Qual è stata la parte più complicata nella realizzazione del libro? Si percepisce tanto Gabriele e Moreno, invece, è stato molto bravo ad essere “assente”.

M: Il libro era praticamente già fatto. I suoi racconti bastano, io mi sono limitato a dare una forma, a pulire e a trattenere la parte forte. Siamo partiti dall’incidente che ha subito Gabri e da lì abbiamo cominciato.

G: Ci tengo a precisare che Moreno è stato molto bravo anche nel fissare alcuni punti, alcune frasi, forti, dirette, taglienti. Nel tempo in cui viviamo dobbiamo essere immediati, veloci. E lui a livello di scrittura usa questi “quote” che rimangono come ad esempio “La morte è una rottura di palle”.

Com’è nata questa frase?

M: Me la disse Gabri. Eravamo in ospedale, qualche giorno dopo l’evento che ha portato poi alla nascita di questo libro. Lui era sdraiato sul letto e raccontava tutto quello che era successo e poi ha tirato fuori questa frase che mi è rimasta subito in mente. Lo capisco subito se una frase potente, e così è stato.

Da qualche mese la tua vita è tornata alla normalità, c’è un momento in cui ripensi a quanto ti è successo?

G: In realtà no. I giorni seguenti all’incidente avevo male ai muscoli. Poi ho avuto una degenza molto lunga. Non ho avuto incubi o cose così. Solo una volta mi sono sentito un po’ infastidito mentre stavo guardando un documentario che parlava proprio del mio lavoro, del reporter, e mi sono sentito toccato. Mi ero ripromesso di cominciare di nuovo poco per volta, ma invece mi sono subito ritrovato in situazioni pericolose.

Foto di Gabriele Micalizzi

Il primo pensiero dopo l’RPG che ti ha colpito quale è stato?

G: Ho aperto gli occhi, ero confuso, ma ho capito che ero vivo. Ma volevo subito riprendere in mano la macchina fotografica. Certo, poi quando ero in ospedale ero un po’ preoccupato. Volevo sapere se potevo tornare a fare questo lavoro, che per me è tutto. La paura non era tanto avere delle lesioni importanti, alcuni permanenti – la mia vita è cambiata – ma la mia preoccupazione principale era capire se potevo tornare a fare il mio lavoro, era la cosa più importante.

Da amico come hai vissuto quella situazione?

M: Quando è successo l’incidente io ho subito chiamato Cesura e Ester, la compagna di Gabriele. Poi la cosa che mi ha rincuorato è stato quello di pensare al carattere di Gabri. Conosco il suo modo di affrontare le cose. Infatti, poco dopo, inviai un messaggio dicendo: “Ottima operazione di marketing, adesso dobbiamo monetizzare”. Mi ricordo – e questo forse non l’ho mai detto a lui – che dopo qualche giorno che non sapevo nulla mi sono ritrovato sul divano dove spesso l’ho ospitato per dormire e ho appuntato una frase che era tipo così: “Sopravvivere è il primo requisito per poi trionfare” e l’ho inserita nel libro.

G: In realtà quella frase lì che mi ha mandato, non è una frase cinica, è una frase realista. A me piace l’approccio di Moreno alla vita perché è diretto, come il mio. Viviamo la realtà. Dirsi le cose come sono, in maniera cruda, truce, diretta è giusto. Inutile essere perbenisti, non è funzionale. La spontaneità invece è funzionale.

Foto di Gabriele Micalizzi

Com’è stato tornare al fronte?

G: Da un lato ero un po’ preoccupato, dall’altro ero eccitato. Il fatto di riaffrontare questo mestiere dopo una cosa del genere è stato comunque non semplice. Io mi sono salvato, nonostante mi fossi dato per spacciato. Sono sempre stato menefreghista, non badavo molto al pericolo. Certo, non sono un folle, ma diciamo che non davo troppo peso alla cosa. Quando sono tornato al mio lavoro era come se avessi ancora meno timore delle conseguenze. Però, sicuramente le settimane, i giorni, prima di tornare al fronte ero molto agitato. Nel mio caso la frase “quello che non ti uccide ti fortifica” è perfetta.

Mi racconti un po’ l’importanza della carta Jolly per te.

G: Io ho sempre collezionato le carte da gioco che trovavo per terra. È una cosa che ho sempre fatto, mi piacciono e poi ho cercato di apprendere il significato che c’è dietro ogni carta. Poco prima di partire ho trovato questo Jolly e me lo sono messo nella tasca del bomber. Quando siamo stati colpiti dall’RPG, una scheggia è stata bloccata dal caschetto e l’altra dal giubbetto antiproiettili. Una volta ripreso, ero in ospedale, mi avevano riportato il bomber e nella tasca c’era la carta che era stata forata al centro da un’altra scheggia che si sarebbe potuta conficcare nel costato. Insomma, mi sono giocato il Jolly.

Redazione CiSiamo
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