Rula Jebreal a Sanremo: un monologo quasi perfetto

Un monologo che commuove e fa riflettere, quello della giornalista italo-palestinese Rula Jebreal a Sanremo. E che funziona, per tante ragioni. Una nostra analisi.

Rula Jebreal e il suo monologo a Sanremo
Rula Jebreal e il suo monologo a Sanremo

Aveva tutti gli occhi puntati addosso, Rula Jebreal, la giornalista italo-palestinese ospite della prima serata del Festival di Sanremo. Un po’ perché la sua partecipazione al Festival era stata anticipata da numerose polemiche, un po’ perché del suo monologo sanremese si parlava da giorni. Il momento più importante della 70° edizione del Festival della Canzone Italiana, avevano detto in tanti.

A Sanremo Rula Jebreal parla di violenza di genere

Come già anticipato negli scorsi giorni, il cuore del suo intervento è stato la violenza di genere come emergenza nazionale e internazionale. Un tema che la Jebreal conosce bene e affronta sul palco dell’Ariston partendo dalla sua tragica storia personale.

“Sono cresciuta in un orfanotrofio, insieme a centinaia di bambine – racconta – la sera ci raccontavamo le nostre storie tristi, che toglievano il sonno. Erano le storie delle nostre mamme: stuprate, uccise. Mia madre si è tolta la vita quando io avevo 5 anni: si è suicidata, dandosi fuoco. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi, era stato il luogo della sua tortura”. 

“Ogni tre giorni una donna viene uccisa”

Ma la sua esperienza personale è solo l’assist per affrontare un tema che sembra lontano, eppure riguarda tutti noi. Secondo i dati che la scrittrice cita dal palco dell’Ariston, negli ultimi tre anni 3 milioni 150mila donne sono state vittime di violenze sessuali sul posto di lavoro. Negli ultimi due anni 88 donne al giorno hanno subito abusi e violenze, una ogni 15 minuti, per poi aggiungere: ogni tre giorni in Italia viene uccisa una donna, sei donne sono state ammazzate solo la scorsa settimana. “E nell’80% dei casi – aggiunge la Jebreal – il carnefice non ha bisogno di bussare, ha le chiavi di casa”.

Il monologo di Rula Jebreal funziona

Un monologo che funziona, quello della Jebreal e sembra mettere d’accordo tutti (la standing ovation dell’Ariston sulle note di Dalla lo dimostra). Funziona perché è potente, personale e universale allo stesso tempo. Funziona perché si rivolge alle donne, ma soprattutto agli uomini, che “hanno il dovere di indignarsi con noi”. Funziona perché sul palco del Festival della Canzone Italiana, intervalla un discorso politico con le citazioni di alcune delle più belle canzoni italiane (“La Cura” di Battiato, “Sally” di Vasco Rossi”, “La Donna Cannone” di De Gregori). Tutte canzoni di una potenza verbale importante, scritte da uomini per raccontare l’universo femminile. Funziona perché c’è il mix giusto tra commozione, provocazione e indignazione: “domani parlate pure di come sono vestite le conduttrici di Sanremo – dice in conclusione – ma non chiedete mai più come era vestita una donna nel momento in cui è stata stuprata”.

Funziona tutto, o quasi. Il monologo arriva troppo tardi: verso mezzanotte, quando ormai coloro che potrebbero ascoltarlo con più curiosità – i più piccoli – sono già andati a dormire. Arriva dopo l’esibizione di quasi tutti i big in gara e dopo l’altro monologo, quello della collega Diletta Leotta, quest’ultimo dedicato alla nonna e al suo rapporto con la bellezza.

Sicuramente però il monologo di Rula Jebreal resterà uno dei momenti più iconici di questo Sanremo 70. La giornalista che ha fatto tremare opinione pubblica e politici parla a tutti con onestà e bellezza. Ci voleva, specialmente in questa edizione del Festival: che possa diventare un esempio positivo per tutti noi italiani, che con il tema delle violenze di genere e dei femminicidi non abbiamo ancora chiuso i conti.