Terminator – Destino Oscuro: uno su Miller ce la fa

Terminator - Destino Oscuro va promosso. E detto da chi è cresciuto con il mito di James Cameron e di quella saga, fidatevi, non è poco.

Terminator - Destino Oscuro: la recensione
Terminator - Destino Oscuro: la recensione

Potremmo farci la semplice domanda sul perché ci ostiniamo a riesumare la salma di capolavori senza tempo, invece di rivederceli. Per lo stesso motivo per cui Weinstein (sì, Bob, quello cattivo, non quello pavido), quando ancora era un guru, al Mercato di Cannes, mi disse “vampirizziamo bestseller e facciamo remake, perché ormai mancano le idee. E perché il reparto marketing si sente più sereno se ha dei modelli preesistenti su cui poter fare i suoi calcoli e le sue proiezioni”.

Scherzava davanti a un drink, ma neanche tanto: da allora, parliamo di una dozzina d’anni fa, c’è stata un’invasione massiva di remake innestati nel più furbo sistema del reboot che consente alla major di non innestarsi su una pianta vecchia e consumata – quelle a rivitalizzarle ci riescono solo Stallone e Lucas – ma di piantarne una nuova, clonata. Potremmo chiederci tutto questo, ma la risposta la sappiamo.

Terminator – Destino Oscuro, la recensione

Sia chiaro, sembra solo apparentemente un’operazione più semplice, abbiamo scoperto invece sulla nostra pelle quanto sia difficile comunque confrontarsi con brand consolidati non solo dal successo ma anche nella e dalla memoria. C’è chi si è salvato, a volte anche perché l’originale è stato sopravvalutato e perché furbamente l’autore ha capito a chi e cosa fare riferimento (il primo It è il seme di Stranger Things che a sua volta è il seme del nuovo It: sa un po’ di Lost in Google dei Jackal, lo so), c’è chi è crollato miseramente sotto il peso del ricordo e di una gara impossibile.

La figura di Tim Miller

Tim Miller ce la fa. Perché è più furbo degli altri, ha talento, conosce ciò su cui ha messo le mani e, soprattutto, ha Cameron, il papà della creatura che deve riesumare, in squadra. In più ha (auto)ironia e umiltà, ma non ha paura di giocare col fuoco (parliamo di uno che ha esordito col botto, con il cult Deadpool, per poi litigare con il protagonista, Ryan Reynolds, e rinunciare al sequel), cosa che con Terminator è fattore essenziale, visto che i sequel hanno deluso – tranne il 2 – per eccesso di pavidità oltre che per una scrittura al limite del demenziale.

Qui ci ritroviamo con l’ennesimo upgrade dei Terminator, il Rev 9, che nient’altro è che un’irritante matrijoska praticamente invincibile e autorigenerante, con una faccia da saccente che vuole far fuori una donna. Niente di nuovo, o forse sì: stesse motivazioni, ma obiettivo diverso. Dall’altra parte ci sono onesti mestieranti della recitazione nella parte delle vittime, tra cui la volenterosa Natalia Reyes, prossima futura eroina del franchise (anch’esso autorigeneratosi, anche se tutti fan finta di niente) e una Mackenzie Davis che ha il fisico giusto per fare l’angelo custode ibrido e per far brillare chi deve.

Ovvero Loro. Loro Due. Linda e Arnie

Perché, diciamocelo, l’attesa di Arnold Schwarzenegger e Linda Hamilton è essa stessa Terminator – Destino Oscuro. Miller è bravo, se si esclude lo sbarco in Normandia robot in digitale (ma perché!?!?!?! Hai Cameron e giochi con il computer?) non ne sbaglia una, ci offre belle scene d’azione e se la cava con gli effetti speciali, anche perché conosce tutti i trucchi per farli rendere al meglio con il minimo sforzo economico, motivo per cui succede tutto o quasi al calar del sole o al chiuso.

Ma la verità è che tutto ciò che fa serve solo a scaldarci per quell’arma enorme nelle mani di quella donna supercazzuta, per le sue frasi a effetto, per la capacità che ha di commuoverti e al contempo di farti venir voglia di comprare un arsenale. E Miller, con lei, va verso Laredo, in Texas, dove c’è uno Schwarzenegger in gran forma – più Un poliziotto alle elementari che Terminator, siamo sinceri – che tira fuori una tripletta di battute che valgono il prezzo del biglietto.

Gli eroi

E proprio dal dialogo comico tra i due eroi della vecchia saga esce fuori il senso di questo sequel-reboot, la volontà di celebrare un cult movie e le sue icone, Sarah Connor e T-800 (ora Carl) con ironia e rispetto, ricordando alle nuove generazioni quanto quei film, quelle saghe, ormai rimpiante e ricordate a cena dai genitori e i loro amici, fossero non solo effetti speciali e distopia, ma sceneggiature cesellate, dialoghi di alto livello, piani di lettura che andavano da Asimov a Reagan. Tutto in salsa pop, perché non c’è nulla di più difficile di parlare a tutti.

Miller affronta la missione con diligenza, capacità di divertirsi e di non farsi intimorire dal modello originale – ma neanche voglia di strafare – e tira fuori un’opera solida, decisamente nazionalpopolare e capace di affascinare il nuovo pubblico, senza disgustare gli appassionati e i nostalgici. Niente male, perché si rischiava davvero di arrostirsi – come già successo ad altri colleghi – di fronte a queste creature che hanno riempito l’immaginario di almeno due generazioni.

La forza dei personaggi

L’ultima sfida vinta dal cineasta è quella del #metoo. In una saga con già una forte dose di femminismo – come sempre, in Cameron – si è deciso di costruire un trio di donne forti che si prendessero tutta la scena e lasciassero al solo Schwarzy il ruolo di paggetto mentre tutti gli altri maschiacci si sono dovuti accontentare, con un filo di cattiveria da parte di chi ne ha scritto ruoli e piani narrativi, solo di stereotipi e morti ingloriose. Come una qualsiasi ragazza pon-pon bionda di un horror. In mezzo a tanti lungometraggi che ci hanno provato senza crederci e quindi risultando artificiosi, qui l’operazione culturale riesce alla perfezione.

Insomma, Terminator – Destino Oscuro va promosso. E detto da chi è cresciuto con il mito di James Cameron e di quella saga, fidatevi, non è poco.

Redazione CiSiamo
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