La commedia politica? (Ri)facciamola anche in Italia

Non succede, ma se succede… è quel tipo di film che potremmo fare anche noi. Anche meglio.

Long Shot
Long Shot

Vedi Long Shot, titolo inevitabilmente adattato nella versione italiana, essendo un’espressione idiomatica che sta a significare più o meno “vorrei ma non posso” o meglio “potrei ma non ce la farò mai”, e ti chiedi perché gli americani riescano a indagare così serenamente e ironicamente al potere mentre tu aspetti avidamente 1992, 1993 e 1994 in tv per capire qualcosa di quanto successo un quarto di secolo fa. E’ efficace commercialmente, ma non rende bene, il titolo italiano di questo film, quel Non succede, ma se succede… che divenne famoso per essere il mantra dei tifosi romanisti di fronte a un possibile scudetto all’orizzonte. Fotografa lo spirito della commedia, diviso tra speranza e critica politica, tra romanticismo e politicamente scorretto, ma nasconde l’atmosfera alla Frank Capra (Mr. Smith va a Washington) e la scrittura (con le debite proporzioni) alla Aaron Sorkin (Il presidente – Una storia d’amore), essenziale a un’opera che non è solo cuori e risate.

Long Shot, impossibile in Italia

Lo vedi, il lungometraggio di Jonathan Levine, e ne apprezzi la leggera profondità e ti chiedi perché, non essendo necessari alti budget né effetti visivi, non sia possibile percorrere questo sentiero anche in Italia. Avere una commedia pop e sofisticata che racconti il potere, la politica, anche le pulsioni più basse di chi cannibalizza entrambi. E per una volta capisci che la colpa non è dei produttori e distributori, ma di un pubblico che sembra snobbarla, probabilmente consumato da talk politici grotteschi e da personaggi da operetta che usano la tv come palco per la propria tragicomica vanità e per le loro false verità. Pensiamo a quel gioiello di Bentornato Presidente, di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi (prodotto dalla Indigo), acutissimo pamphlet distopico e – alla luce di ciò che è successo subito dopo – profetico, penalizzato in sala da presenze non all’altezza della sua qualità e forse dal fatto che non amiamo specchiarci per capire chi e cosa siamo. E anche Sono tornato, in fondo, remake di un successo tedesco, con quel Mussolini che assomiglia troppo a tanta pessima politica che conosciamo bene, pur avendo messo insieme un buon gruzzolo, non ha sfondato (nonostante Luca Miniero sia l’uomo di Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord). Non può essere un caso.

Mentre negli Stati Uniti, paese in cui la violenza politica e dialettica ha raggiunto forse livelli persino più alti dei nostri, il potere viene raccontato con l’uso di ogni genere cinematografico e televisivo (da House of Cards a Long Shot, appunto), nella martoriata Inghilterra che si trova un bizzarro figuro come Boris Johnson al potere fanno Black Mirror, da noi sembra si abbia paura di disturbare i manovratori. Non si pretende un film di protesta o a tesi, ma almeno una sana commedia. E quando questa arriva sono gli spettatori a ignorarla, anestetizzati dalla propaganda. Successe anche con I figli delle stelle di Lucio Pellegrini, piccolo capolavoro con un grande cast che meritava la sorte di un blockbuster.

Merito cinematografico e politico

Il merito di Non succede, ma se succede… è sia cinematografico che politico. Ha una scrittura fluida e intelligente che ha il merito, insieme alla regia, di prendere una strana coppia e metterla nelle condizioni migliori di lavoro, nonostante entrambi si trovino fuori dalla propria comfort zone.

Seth Rogen fa un giornalista precario idealista che ha perso il lavoro, Charlize Theron è il Segretario di Stato. Destino vuole che la seconda abbia fatto da baby sitter al primo e che abbia bisogno di un ghost writer per la campagna elettorale presidenziale.

Già, perché l’audiovisivo negli USA scardina gli immaginari: come avvenne per 24, in cui Palmer era un presidente nero carismatico e affidabile (normalmente i neri alla Casa Bianca, chiedete a Morgan Freeman, li vedevamo solo in film apocalittici in cui si dovevano prendere sulle spalle la responsabilità di milioni di morti), ecco che qui troviamo una figura femminile determinata a vincere. Palmer servì eccome a Obama, dispiace che la Theron non possa essere più utile a Hillary Clinton, ma, magari, sarà un buon volano per Alexandra Ocasio-Cortez.

Ben più di un impeachment

Può sembrare bizzarro, ma a cambiare la testa degli spettatori-elettori è l’intrattenimento, sia una serie televisiva adrenalinica o una commedia, quasi mai un film cosiddetto civile. E quella Theron, così donna e così femminile, così come quel Rogen, first man goffo e fragile, fanno e faranno ben più di un impeachment. Con grazia Levine e i suoi sceneggiatori costruiscono la strana coppia – che ovviamente si innamorerà – consegnando a Charlize una donna rigida ma volitiva, così da usare la naturale (auto)ironia dell’attrice sudafricana (seguite il suo Instragram, c’è una Littizzetto dentro quella dea) senza costringerla a vestire abiti comici, che non le sono abituali. Rogen fa più fatica a uscire da se stesso – lo capisci dalla scena del video, in cui senti il vero Seth, demenziale e provocatorio – ma riesce a essere un’ottima spalla romantica. Tutto il resto sono quei dettagli che fanno il film: i personaggi secondari, lo scenario politico che ci fa pensare, con amarezza, alla meno rosea attualità (e lo fa, però, mostrandoci la ferocia di avversari senza scrupoli, il peggiore dei quali non può non ricordarci Donald Trump, delineando perfettamente il cinismo e nichilismo comunicativo di questi tempi), il ritmo di dialoghi, montaggio e alternanza pubblico-privato, qualche risata in meno sacrificata a una riflessione sociale, politica, mediatica in più. E sono da applausi Alexander Skarsgård che interpreta un simil Trudeau (il premier canadese), Serkis che cita sempre Capra (ma ne La vita è meravigliosa), gli inside jokes rispetto a tv, stand up comedians e anchormen realmente esistenti, alcuni momenti estetici esilaranti e intelligenti (la riflessione sulla pelle di una quarantenne che non può non essere tonica, anche se sei Charlize Theron).

Non succede, ma se succede… non è un capolavoro. Anzi, poteva essere fatto meglio. Ma è lo specchio di una società sì in crisi morale e politica, ma capace di guardarsi con limpida autocritica e un senso ironico e arguto della speranza. L’impressione è che qui in Italia si siano persi entrambi. E se qualcuno prova a ricordarci chi siamo, anche con un sorriso, magari amaro, lo mettiamo da parte. In fondo siamo pur sempre il paese che si è identificato in Alberto Sordi e nel Fantozzi di Paolo Villaggio non capendoli, non intuendo neanche quanto fossero un dito puntato su tutti noi. Li abbiamo presi per una carezza alla nostra mediocrità etica ed emotiva, nell’incredulità di chi li interpretava, dirigeva e scriveva, per i quali voleva essere un pugno.

Redazione CiSiamo
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