Giornata degli insegnanti: un’intervista a chi la scuola la vive ogni giorno

Enrico Aliprandi, insegnante elementare da 34 anni, racconta in occasione della Giornata dell'Insegnante la realtà che c'è dietro a questo lavoro

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Il 5 ottobre è la Giornata degli Insegnanti. Un lavoro che in molti sperano di fare, così come si nota dalla quantità di gente che cerca di passare i concorsi per l’insegnamento. Un lavoro di cui tutti, almeno una volta, hanno pensato: “Sono dei privilegiati”. Ma cosa c’è davvero dietro, quando i bambini sono entrati nelle aule, e le porte si sono chiuse?

Lo abbiamo chiesto a Enrico Aliprandi, insegnante da 34 anni nelle scuole primarie. Che ci ha dato un quadro di cosa sia la scuola, di ciò che di bello c’è ma anche delle difficoltà. E ha sfatato anche qualche mito.

A fronte del fatto che c’è molta gente che sgomita per entrare nella scuola, qual è la realtà?

Innanzitutto, credo che la maggior parte delle persone che sgomita per entrare lo faccia per avere un posto di lavoro, non so quanti sono davvero motivati a fare gli insegnanti. Questo penso che sia un primo dato. La realtà che si trova entrando è difficile da descrivere. E’ sicuramente un lavoro molto bello, che dà molte soddisfazioni, ma siamo in un contesto sempre più faticoso dal punto di vista delle richieste che ci vengono fatte, sia lavorative, economiche, perché lo Stato investe sempre meno sulla scuola. La realtà che si trova una persona che entra adesso è una realtà sicuramente molto più faticosa di quello che si percepisce dall’esterno.

Quali sono le difficoltà maggiori che incontrate voi insegnanti?

La prima è la scarsità di fondi che vengono investiti nella scuola, dove per fondi non intendo solo lo stipendio, che è basso rispetto al lavoro che svolgiamo e alle responsabilità che abbiamo, ma intendo anche tutto quello che c’è intorno. Per esempio per gli insegnanti di sostegno. Abbiamo sempre più bambini con disabilità più o meno gravi, spesso di carattere emotivo-comportamentale, che necessitano di avere un supporto, perché se hai in classe un bambino che comincia a fare il “vulcano impazzito” diventa complicato gestire lui e gli altri. La continua riduzione degli insegnanti di sostegno ha fatto sì che noi siamo sempre più soli in classe e dobbiamo arrangiarci come riusciamo a far fronte a questa situazione. Senza parlare poi dei fondi per il materiale.

Per esempio, abbiamo a disposizione le Lim (lavagne multimediali , ndr) ma per farle andare abbiamo bisogno di computer che siano abbastanza veloci da supportarla, e lo stesso vale per la connessione internet. E’ necessario che funzioni sempre e non due volte alla settimana. O fotocopiatrici che non si rompa ogni dieci giorni. Tutte queste cose aumentano tantissimo il lavoro che tu come insegnante devi fare. Se io programmo di fare una lezione con la Lim, ma la Lim non si connette, devo riprogrammare al volo lezione. Lo facciamo, certo, ma è comunque un ostacolo.

Un terzo elemento è forse la formazione. Viene investito pochissimo per formare gli insegnanti. Per esempio, se un insegnante vuole iscriversi, anche a sue spese, per andare a un corso di formazione, ma è obbligato ad andare il venerdì è costretto a chiedere di essere distaccato. Ma gli istituti non danno questa possibilità alla formazione coprendo le classi con supplenti, e gli insegnanti devono arrampicarsi sui vetri per chiedere ai colleghi alcune ore per poter andare ai corsi d’aggiornamento.

Prima si accennava alle responsabilità che gli insegnanti hanno, ma non sempre, allesterno, è chiaro a cosa ci si riferisca. Nello specifico, di cosa si tratta, di quanti bambini siete reposabili, anche penalmente, nelle ore di scuola?

La legge permetterebbe di arrivare fino a 26/27 alunni, in realtà poi e classi sono da 23-25 bambini, come media. Non sono numeri altissimi considerando le classi da 30-40 bambini di alcuni anni fa. Il problema è che sono cambiati i bambini, quindi 25 di oggi sono un bel peso, rispetto ai 35 di quarant’anni fa. Quando io ero piccolo, in classe eravamo 35, ma nessuno di noi osava fiatare. Adesso invece ognuno ha le proprie esigenze e le fa sentire, anche se sono 10 di meno. Noi abbiamo la responsabilità della vigilanza costante, sia in classe che in gita, per qualunque cosa accada a ciascuno di loro. Faccio un esempio. Se sono in classe, e un bambino deve andare in bagno con urgenza, io devo scegliere se abbandonare gli altri 23 alunni e accompagnare lui o se lasciarlo andare in bagno da solo e custodire gli altri 23. Ovviamente faccio andare in bagno da solo lui. Ma tutto quello che succede al bambino dalla classe al bagno e viceversa è responsabilità mia, e lì non vigila nessuno, perché i commessi sul corridioio sono sempre meno per via dei tagli. Quindi, se il bambino dovesse arrivare in bagno, scivolare e farsi male, io non sono presente ma è comunque responsabilità mia. Io devo sperare che il bambino torni sano e salvo dal bagno. E questo succede quotidianamente, più volte al giorno.

Negli ultimi anni lo Stato ha messo in campo politiche per la scuola?

L’ultimo atto in questo senso è stata la buona scuola di Renzi, la legge 107/2015. Che è stata criticatissima perché aveva tantissimi difetti, però è stato il primo governo che ha investito nella scuola miliardi. Non centinaia di milioni, ma miliardi. Ha immesso in ruolo credo 50mila precari, quindi è stato il primo che ha cercato di mettere ordine in quella enorme massa di precari che vengono assunti a settembre e licenziati a giugno. Il problema è immenso, lui ha soltanto inziato a sollevare la questione, creando problemi anche sui criteri di scelta di chi avesse più di diritto di entrare per primo. Ma almeno ci ha provato. L’altra cosa che ha fatto sono stati i fondi per rendere le scuole sicure, per cominciare a mettere a norma le centinaia, forse migliaia di scuole in Italia che non sono a norma, perchè sono vecchie. E’ chiaro che per fare una cosa del genere ci vogliono anni. Successivamente non è stato fatto nulla però, se ogni anno rimangono queste difficoltà sugli organici, in cui lo Stato non assume un insegnante in più, mandando però la gente in pensione.

Da altri insegnanti recentemente ho sentito dire che gli insegnanti sono i baby sitter più a buon mercato. Cosa ne pensi?

Sono assolutamente d’accordo. Perché il nostro sta diventando un insegnamento sempre più educativo. Ormai ci è chiesto non soltanto di insegnare a fare i calcoli o saer scrivere e leggere un testo, ma – giustamente secondo me – ci viene chiesto di insegnare a rispettare le regole della convivenza civile, imparare a stare con gli altri, a lavorare con gli altri, a confrontarsi… Questo ci viene chiesto perché nelle famiglie questo lavoro viene fatto sempre meno. I genitori lavorano tantissimo, e non ce la fanno più a far fronte ad un compito che prima era prettamente della famiglia.

E’ chiaro che in questo caso, essendosi spostato l’accento sulla scuola, la scuola rimane l’ambito in cui l’educazione può e deve essere fatta, ma è chiaro che per farla bisogna avere le risorse. Se mi si chiede di lavorare anche sull’educativo devo avere anche il tempo di farlo. Io quest’anno ho una prima elementare, e ho sette bambini che non sanno allacciarsi le scarpe. Se io devo insegnare loro ad allacciarsi le scarpe, ci impiegherò delle ore, perché per loro è una pratica complessa. Prima lo imparavano a casa, adesso lo dobbiamo fare noi.

I genitori, invece, come vi vedono?

La maggioranza dei genitori sono persone molto in difficoltà che fanno fatica a far fronte a tutte le necessità familiari, da quelle economiche – molti sono precari o vengono licenziati – a quelle prettamente educative. Oppure ci sono persone che giustamente vogliono fare una carriera, e quindi dedicano moltissime energie al lavoro, e quindi arrivano a casa stanchi, o magari non arrivano proprio perché sono in trasferta. E’ chiaro che quando poi arrivano a parlare con noi arrivano con questo carico di stanchezza.

Io trovo che ci sia una certa disponibilità alla collaborazione, ma spesso è quasi una forma di delega: “Non so più come fare, pensateci voi a scuola”. Più che una collaborazione a volte io la sento più come una delega, perché con i bambini ci passiamo quasi più ore noi che i genitori. Se i bambini sono maleducati e dicono le parolacce, per esempio, diventa un problema della scuola, più che dei genitori. E a volte c’è anche un po’ di sottovalutazione, perché non ci viene riconosciuta una grande professionalità – e devo dire che effettivamente alcuni colleghi si prestano a questa definizione, non tutti forse fanno questo lavoro in piena coscienza. A volte i genitori arrivano anche con delle perplessità su quello che facciamo. A volte con delusione, perché ci caricano di moltissime aspettative che noi non riusciamo a soddisfare perché sono troppe.

E per quanto riguarda gli aspetti positivi della scuola?

Io dico sempre a tutti che secondo me il nostro è il più bel mestiere del mondo. Soprattutto per il tipo di stimoli che hai, perché lavorare con persone che stanno crescendo è bellissimo. Sicuramente hai una grossa responsabilità che però è anche un potere. Noi possiamo decidere di fare delle cose o non farne. Molti devono solo eseguire quello che gli viene chiesto. Noi abbiamo sicuramente una parte di lavoro da eseguire, ma per esempio la strada per arrivare a certi obiettivi è individuale, e sta a noi declinarla come vogliamo.

Molti dicono che gli insegnanti sono fortunati, perché lavorano 5 giorni a settimana e hanno tre mesi di vacanza. Tu come rispondi?

Un po’ è vero. Contrariamente a moltissimi miei colleghi ritengo che questo sia un privilegio, che andrebbe modificato. Da una parte possiamo pensare che avere un po’ più di tempo sia un corrispettivo che va a colmare il fatto che ci pagano poco, potremmo dire che andiamo in pari. Io personalmente sarei per un orario di lavoro più lungo, diviso tra quelle frontali in classe e quelle di formazione e preparazione, colloqui sempre a scuola. Quindi quantificabili e controllabili.

E’ un privilegio, perché il fatto di poter lavorare ma a casa, correggere i compiti, per esempio, ti consente di avere una certa libertà per gestire gli impegni di tutti i giorni. Cosa che gli altri lavoratori non possono fare. O anche il fatto che stiamo a casa a luglio. Questa è una cosa che andrebbe definita, perché se non possiamo lavorare con i bambini a luglio, quelle ore potremmo restituirle allo Stato in altro modo, sotto forma di corsi di formazione per esempio, supplenze durante l’anno. Sono tutte cose che andrebbero normate, ma incontreranno sicuramente le resistenze della categoria.

Non pensi che questo vada a compensare il fatto che il vostro è un lavoro altamente usurante? Alcuni decenni fa gli insegnanti andavano in pensione a 40 anni, proprio vista la loro grande responsabilità, e il fatto che fosse considerato un lavoro usurante. Ora invece rimanete in classe fino i 65 anni.

Sicuramente. Ed è per quello che non mi sento di intraprendere una crociata contro i due mesi di vacanza d’estate. Perché poi c’è anche questo luogo comune da sfatare, i mesi di vacanza sono due e non tre. Noi lavoriamo a giugno, così come a settembre, anche quando i bambini non ci sono. Sicuramente si può considerare come una contropartita: abbiamo uno stipendio basso, con una grossa responsabilità, e come “pagamento” abbiamo il tempo. E’ una forma di compensazione. E’ un lavoro usurante, e il fatto di avere degli stacchi a Pasqua, o a Natale aiutano anche psicologicamente a ritrovare le energie, perché è un lavoro che ne richiede tante.

C’è qualcosa che ci tieni a dire sulla scuola?

Sì: investite risorse nella scuola. Non bisogna continuare a considerarla una cosa da tagliare, perché è vero che la situazione economica dello Stato è precaria, ma è lo stesso discorso che vale per la sanità: non si può continuare a tirare via risorse da lì. La sanità e la scuola sono i due pilastri di uno Stato, e se si continua a tagliare, i nodi verranno presto al pettine. Stanno già venendo al pettine: nella sanità la gente non si cura più perché ci sono liste d’attesa troppo lunghe e non si può permettere una visita privata, e nella scuola se mancano i fondi non si riesce a lavorare bene, e ne risente la formazione dei bambini. E i bambini che escono non saranno cittadini consapevoli e competenti. E la pagheremo tutti tra 10, 15 anni.

Redazione CiSiamo
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