Apple Arcade e Google Play Pass cambieranno il mondo dei giochi mobile?

In queste settimane il placido ecosistema degli store mobile è stato sconvolto da un paio di novità che hanno il potenziale per modificare, quanto radicalmente è ancora da capire, l’orizzonte dei videogiochi per smartphone e tablet, parliamo di Apple Arcade e Google Play Pass.

Il primo è una sorta di “recinto” in cui vengono inseriti titoli che non hanno pubblicità, microtransazioni e sistemi di raccolta dati dell’utente che sono ormai la norma in qualunque titolo mobile (ne è un esempio Mario Kart Tour, in cui non è neppure chiaro quanti soldi bisogna spendere per poter ottenere tutti i contenuti) e in cui Apple partecipa attivamente allo sviluppo, finanziando gli studi e ottenendo in alcuni casi il gioco in esclusiva. Non è ancora chiaro al momento come Apple condivida con gli studi i guadagni. L’accesso a questo spazio costa all’utente 4,99 al mese e garantisce la possibilità di scegliere fra un catalogo di giochi in continuo aumento, che al momento ne conta una cinquantina circa.

Il secondo è un sistema simile, anche qua c’è un biglietto d’ingresso di circa cinque euro (la cifra esatta per l’Europa non è chiara, perché Google Play Pass non è ancora disponibile da noi) che da diritto a usufruire a 350 tra giochi e app senza alcun tipo di pubblicità o acquisto aggiuntivo. Tuttavia, in questo caso tutte le app sono disponibili anche nella loro versione standard e in caso di acquisto già effettuato si trova già tutto magicamente sbloccato al momento della sottoscrizione di un abbonamento. Cambia anche il metodo di condivisione degli introiti rispetto ad Apple: qua Google ha detto che verrà elaborato in base al tempo trascorso sull’utenza all’interno dell’app e in base al “valore” che questa apporta alla piattaforma, che però vuol dire tutto e niente.

Di sicuro le dichiarazioni di Google hanno scatenato la preoccupazione degli sviluppatori indipendenti, che temono un modello simile a Spotify, quindi un progressivo adattamento dei giochi per venire incontro alle meccaniche di ricondivisione degli utili da parte di Mountain View. Quindi, se su Spotify hanno successo i ritmi orecchiabili, i tormentoni e i pezzi non più lunghi di circa tre minuti, allo stesso modo su Google Play Pass verranno favoriti i giochi in grado di inchiodarti a loro con meccaniche pensate per generare dei loop infiniti, obiettivi che richiedono molto tempo e piccole ricompense. Questo potrebbe azzoppare titoli più sperimentali, folli o con forti componenti narrative o comunque non pensati solo ed esclusivamente per intrattenere.

“Vedetela in questo modo: se fossero bastate tre ore a finire Untitled Goose Game, probabilmente questo si sarebbe tradotto in un pagamento di pochi centesimi anziché nei circa venti dollari che avete pagato”, scrive in un tweet lo sviluppatore indipendente Will O ‘ Neil. “Gli sviluppatori di indie non sono musicisti indipendenti. Non andiamo in tour. Non possiamo buttare fuori in fretta e furia dei singoli, sparare alla cieca e sperare di impressionare il curatore divino di un servizio di streaming. Questo non è un futuro destinato a trovare nuovo equilibrio.”

E anche se nessuno si ancora espresso con gli stessi toni su Apple Arcade, forse perché là c’è un investimento a monte che tutela in un certo modo lo sviluppatore e Cupertino sembra avere tutto l’interesse a rendere Arcade uno luogo anche per dare spazio anche a titoli dalla vena spiccatamente autoriale, c’è comunque il rischio di uno sviluppo che dovrà piegarsi alle logiche e alle richieste di uno sviluppatore che è anche il possessore della piattaforma di distribuzione.

Libero mercato? Senza dubbio, ma in effetti se guardiamo ciò che Spotify ha fatto alla musica qualche sudore freddo è legittimo. ePrché se da una parte mi ritengo assolutamente a favore di tutto ciò che può disintegrare e allontanare dalla faccia della terra i titoli free-to-play in cui ogni tanto ti viene chiesto più o meno insistentemente di comprare qualcosa (modello che si è rivelato vincente in molti casi, ma anche terribilmente fastidioso e, in alcuni casi, anche ai limiti del gioco d’azzardo), ridistribuendo comunque gli introiti agli sviluppatori, dall’altra mi fa paura un modello che in qualche modo obbliga gli sviluppatori a limitare la propria creatività. È pur vero che in qualche modo è così da sempre: ci sono le mode, i trend del mercato, le inclinazioni del pubblico e gli strumenti di produzione che sono paletti e indicazioni per ogni sviluppatore, altrimenti dopo Doom non avremmo avuto mille cloni di Doom, ma è anche vero che bisogna salvaguardare il guizzo, il pensiero non allineato, il videogioco che non nasce solo per intrattenerci ma anche per scuoterci, provocarci, farci pensare o divertire in metodi non convenzionali.

Perché i videogiochi, come i film, i libri e la musica non sono e non devono essere solo escapismo, divertimento ed evasione.

Oggi è ovviamente presto per fare previsioni a lungo termine, possiamo solo esprimere delle preoccupazioni più o meno caute in base ai modelli di riferimento. All’orizzonte c’è anche Google Stadia, che potrebbe rappresentare un altro scossone bello forte.

Per adesso dunque la mia opinione è che sì, un cambiamento è inevitabile, anche perché gli attuali modelli economici mi paiono traballanti, pronti a subire un colpo che farà tabula rasa (forse non ai livelli delle grande crisi post-Atari, ma quasi) e vedremo cosa nascerà dalle ceneri di ciò che giochiamo oggi.

Redazione CiSiamo
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