Finché c’è Rambo, c’è speranza

Rambo
Rambo

Sylvester Stallone, è giusto che lo sappiate sin dall’inizio, ha sempre avuto un posto sulla parete a me più cara, quella in cui i miei idoli mi guardano benevoli. Siede alla destra di Diego Armando Maradona e Ayrton Senna, si guarda negli occhi con Gian Maria Volonté, ha accanto Tomas Milian e tutti sono satelliti della foto della pubblicità della Martini che lanciò Charlize Theron. Sì, ci sono anche Fabio Cesar Montezine e Natalie Portman, ma questa è un’altra storia. Ognuno ha il pantheon che si merita.

Non posso essere obiettivo verso zio Sly e, lo ammetto fin da ora, non lo sarò. Rambo Last Blood mi ha fatto godere, divertire, sussultare, mi ha fatto fremere su ogni battuta mugugnata dall’attore-icona, mi ha intrattenuto come raramente mi capita. E questo mi basta e dovrebbe bastare a tutti.

Sfortunatamente, però, sono (anche) un critico cinematografico. E devo riconoscere, con la stessa sincerità, che è uno dei peggiori film con (verrebbe da dire anche di, ma la regia, tutoriale, è di Adrian Grunberg, che è all’attivo il tamarissimo Get the Gringo con Mel Gibson, di cui è stato assistente regista e braccio destro) Stallone. John Rambo, va detto, è invecchiato maluccio fin da subito, a differenza di Rocky Balboa, che abituato a discese ardite e risalite ha avuto la capacità di reinventarsi costantemente, il materiale ideale per sequel e spin-off. Il veterano del Vietnam, no. Lui è un blocco di granito scolpito dai traumi bellici e dal dolore della perdita, dall’incapacità di poter salvare tutti, è un Cristo col mitra (che in verità compare solo dal secondo capitolo e non si capisce come, prima c’erano solo armi bianche) che non si redime dai suoi peccati, perché non li perdona, a sé e agli altri.

Per questo presto, pur in cult movie apprezzati, è diventato strumento di propaganda, con il picco del terzo capitolo in cui, in tempi talmente non sospetti da non destare alcuno scandalo, finì per raccontare a tutti della gioiosa alleanza tra Bin Laden e Usa, contro i cattivoni russi. Perché Sly, pure quando urla “tutti noi possiamo cambiare” davanti a un Gorbachov da Bagaglino, dice sempre la verità. Per questo gli credi quando altri, con quei dialoghi e quelle reazioni, sembrerebbero solo involontariamente grotteschi.

Qui Stallone si fa carico di una serie di archetipi narrativi – se si pensa, con Rocky, lui ne inventò uno e la sua iconicità si fonda sul modello del self made man triste solitario y final costretto, dal suo cuore e dal suo senso del dovere, a fare sempre la cosa giusta – per portare a casa uno slasher movie mascherato da melodramma.

John è nel suo ranch, spera in una vecchiaia sì tormentata dai propri demoni immortali e affaticata da salvataggi improbabili, ma tranquilla. Con Maria, l’amica di sempre, e la nipote di lei, la giovane e bella Gabriella, che lui tratta e ama come una figlia. Per proteggerla ha scavato gallerie labirintiche sotto il suo terreno (chi non lo fa) e ha conservato tutto il suo arsenale in piena efficienza. Per sicurezza tiene anche una fonderia personale per costruire nuove armi utilizzando tutto, anche forconi e rastrelli. Gabriella però vuole conoscere il vero padre, in Messico, e il nostro Cincinnato tutto muscoli, che pure aveva tutti gli elementi per prevedere la tragedia e, se non per impedirla, per lo meno per non farsi cogliere impreparato – la capacità deduttiva, ahilui, non è mai stata una dote di Rambo – si ritrova in un misto di Taken (io vi cercherò, vi troverò, vi ucciderò) e Tropa De Elite (tra narcos e poliziotti violentissimi). Poi, quando tutto andrà in malora e ci sarà solo spazio per la vendetta feroce e implacabile, ci ritroveremo in un qualsiasi film con Jason Voorhees. Non è un sequel questo, ma un Rambo 2.0: nel montaggio che guarda al pubblico più giovane, nella sceneggiatura esile soprattutto nei dialoghi, nel pretesto criminale (droga, tratta delle prostitute, criminalità organizzata) che, come ci insegnano le serie televisive, ora è ben più affascinante per il pubblico di una guerra troppo lontana e incomprensibile.

Funziona tutto, quando non si parla, in Rambo Last Blood. Persino la solita virginea intesa con il personaggio femminile (una Paz Vega che poteva essere sfruttata meglio), perché Stallone è un supereroe, il protagonista eterno di un fumettone d’antan, non può fare sesso quando incarna le sue icone (ma sa fare anche quello alla grande: pensate a Lo specialista con Sharon Stone, ancora non ci siamo ripresi). E si esce dalla sala sorridendo, come se si fosse ritrovato un vecchio amico (e quel last nel titolo sembra bugiardo, se dobbiamo fidarci del finale). Ma Stallone ci ha emozionato con i primi Rocky e Rambo con capolavori che erano film d’autore e pure qui ci prova: la svolta che dovrebbe devastarci cuore e viscere, tanto è violenta e dolorosa, passa però sotto traccia. Troppo ansiosi, spettatori e protagonista, di veder menar mani, armi e mutilazioni per voler davvero sentire la profondità del racconto. Fallisce Rambo Last Blood nella sua narrazione, nel suo cuore emotivo, laddove il capostipite della saga invece riusciva a devastarci. Lo ricordiamo, quel lungometraggio mitico, come violentissimo e feroce, eppure era a suo modo un film romantico (una sorta di gemello diverso de Il cacciatore di Cimino, per intenderci) e in cui la morte era evocata, ma quasi mai provocata. Qui invece si versa sangue per annegare il resto, per citare i capitoli precedenti ed eccitare lo spettatore.

Però poi basta quel finale, quella balestra che crocifigge il diavolo, quella sedia a dondolo. E tu al vecchio Sly perdoni tutto. Perché pur essendo un genio – nessuno, partendo dal nulla, è arrivato alla fama mondiale, a incassi da blockbuster e agli Oscar prima di lui e forse pure dopo – sa essere uno di noi. Solo molto più grosso e incazzato.

Redazione CiSiamo
La Redazione di CiSiamo.info è pronta a parlarvi di attualità, cronaca, politica, spettacolo, sport, cultura, cercando sempre di portare alla vostra attenzione i fatti più interessanti e più rilevanti che la contemporaneità ci mette davanti. Siamo pronti a far scorrere le dita sulle nostre tastiere. Noi Ci Siamo, e voi? Seguiteci sui social.