Silvia Romano, Sgrena: “Lo shock non si supera mai”

Silvia Romano, Sgrena: "Non basta una vita per superare lo shock". Parla la giornalista rapita a Baghdad nel 2005 e liberata da Nicola Calipari

Silvia Romano, Sgrena:
Giuliana Sgrena

Silvia Romano, Sgrena: “Non basta una vita per superare lo shock”. “Non basta una vita intera per superare il trauma di un sequestro”, dice la giornalista Giuliana Sgrena, inviata del Manifesto sequestrata nel 2005 a Baghdad, in un’intervista alla Stampa. Nella quale racconta che “lo choc non passa così. Nei primi momenti, nei giorni immediatamente successivi al rilascio è impossibile valutare. Può essere solo una calma apparente. La mia storia – osserva Sgrena – è un po’ diversa da quella di Silvia, ma non riuscivo ad afferrare l’idea di essere libera. Quando Calipari mi ha preso e messa in macchina non mi rendevo conto di quello che mi accadeva. Poi quando stavo cominciando a realizzare che ero veramente libera, gli americani hanno sparato verso l’auto e hanno ucciso Calipari e per me è stato un dramma nel dramma. Il mio sequestro è durato un mese, il suo un anno e mezzo. Un tempo così lungo rende ancora più difficile uscire dall’isolamento. Ricordo un periodo in cui non sentivo più rumori e allora mi fissavo su qualunque piccolo suono”.

Silvia Romano, Sgrena: “Non basta una vita per superare lo shock”

E “c’è un aspetto che può capire solo chi ha vissuto in una condizione del genere, – continua – ti trovi in un Paese profondamente diverso dal tuo, in un ambiente difficilissimo nel quale non puoi calcolare le reazioni dei rapitori. Una sofferenza in più è non riuscire a interpretare gli atteggiamenti”.

Nel momento della liberazione “vieni ributtata in un altro mondo e questa uscita ti traumatizza di nuovo. Durante la prigionia hai convissuto con i tuoi carcerieri in una situazione completamente diversa. E in determinati ambienti fa molta differenza essere donna. Poi Silvia è passata da un gruppo di rapitori ad un altro. Se la prigionia avviene tra uomini diventano macigni le normali esigenze femminili. Anche il ciclo è un disagio grave”. E dentro rimane “uno choc perdurante dal quale non ti liberi facilmente. C’è sempre una reazione interiore in chi torna a casa. Può essere una serenità di facciata perché nell’immediato sei travolta da avvenimenti, hai tante persone intorno. Impossibile avere subito piena consapevolezza”.