Il premier Conte in visita a Piacenza, maglia nera dei contagi

Dal Governo la promessa di aiuti economici, ma restano i dubbi sull'evoluzione dell'epidemia

Conte Visita a Piacenza

Conte annuncia aiuti per Piacenza ma restano i dubbi sui contagi da Coronavirus

“Un ristoro, qualche gesto di attenzione”. Con poche e succinte parole, il premier Giuseppe Conte in visita ieri a Piacenza – martoriata dai dati preoccupanti su contagi (106 ogni 10mila abitanti) e decessi (826 ufficiali su una popolazione di 287mila abitanti) – ha provato a placare la sete di risposte di un territorio in cui l’epidemia da Coronavirus è coincisa con una vera e propria ecatombe.

Parole che guardano al futuro, alternando ottimismo e prudenza (“Stanno migliorando gli indici della curva epidemiologica, ma dobbiamo continuare a monitorare la situazione”), ma che hanno il difetto di basarsi sull’erronea convinzione che si possa quantificare la vicinanza di un’istituzione in termini economici.

Aiuti sì, ma ancora nessuna risposta

Non basteranno i soldi, né l’accelerazione sul progetto di un nuovo ospedale promessa dal presidente della Regione Stefano Bonaccini e nemmeno l’impegno a dialogare con il Ministero della Difesa affinché l’ex ospedale militare venga restituito alla città – come ricorda il ministro Paola De Micheli – per rispondere al grido dei famigliari di numerose famiglie che implorano una spiegazione per il loro dolore. Su facebook, il gruppo “Piacenza, maglia nera dei contagi” è sorto dal basso, raccogliendo in pochi giorni più di 1600 adesioni. Il portavoce, Rosario Alfano, quella maglia nera l’ha voluto donare virtualmente al premier in visita per chiedere spiegazioni sulla crescita dei contagi.

Cosa non torna

A pesare, sul bilancio delle vittime piacentine del Coronavirus, sono ancora oggi aporie a cui i massimi rappresentanti delle istituzioni sanitarie sul territorio – dal direttore generale di Ausl Luca Baldino al commissario regionale ad acta Sergio Venturi – non hanno saputo finora dare risposte esaurienti.

Pesano le inchieste giornalistiche – prima Il Fatto Quotidiano e poi Report – sulla gestione dell’emergenza in alcune Rsa (Clinica Piacenza e Sant’Antonino su tutte); pesano le preoccupazioni dei sindacati che lamentano carenze di dispositivi di protezione individuale nelle Cra (tanto che il sindacato Usb ha presentato un esposto in procura sulla casa di riposo di Castellarquato) e pesa la decisione di non fare di Piacenza fin da subito (ovvero nell’intorno del 21 febbraio) una zona rossa al pari della vicinissima Codogno, epicentro del focolaio lombardo a soli 11 km di distanza dal capoluogo di provincia emiliano.

Ma pesa anche quel paradosso sui casi di polmonite sospette a metà dicembre, che a posteriori, con ogni probabilità, rappresenteranno il nodo gordiano di tutte le future speculazioni epidemiologiche.

Caso emiliano e ligure a confronto: un vero paradosso

Il 5 aprile, con un comunicato, l’Ausl di Piacenza, dopo aver effettuato un esame su 215 casi di polmonite tra dicembre e gennaio, esclude categoricamente ogni possibile correlazione con il Covid -19.

Ma solo pochi giorni più tardi, Alisa, l’azienda sanitaria della Liguria, interpreta in modo antitetico casi analoghi. “Si tratta nello specifico di polmoniti interstiziali che, purtroppo, rappresentano la complicanza tipica del Coronavirus. E, se si considera il periodo di incubazione del virus, che va dai 7 ai 14 giorni è ipotizzabile che il Coronavirus sia arrivato in Liguria nel periodo natalizio, forse portato da qualche turista”.

Non basta più l’appello alla solidarietà nazionale

Anomalie, lacune e paradossi che meritano una risposta che vada ben aldilà di quell’appello all’unità di intenti invocato ieri a Piacenza da Bonaccini e ribadito dal premier Conte.

Il tempo delle critiche e delle assunzioni di responsabilità potrà essere ritardato in nome del senso civico, della paura e del rispetto per le vittime. Ma prima o poi, con la realtà bisognerà fare i conti. E sarà bene, per allora, saper convertire risposte preconfezionate in solidi argomenti.