Coronavirus, il primo sciopero dei dipendenti in smart working

Questo modo di lavorare può essere proficuo, ma i sindacati sottolineano il diritto alla disconnessione

sciopero dipendenti smart working
Foto: Pixabay

Anche in questo periodo di grave emergenza sono stati in tanti a poter proseguire la propria attività lavorativa grazie allo smart working. La procedura è molto semplice: bastano un computer e la connessione di casa per poter essere operativi. Nonostante questo, però, c’è chi ritiene che tutto non si sia svolto all’insegna della trasparenza e del rispetto a cui ognuno avrebbe diritto: questo avrebbe spinto 160 dipendenti della Scai Finance di Torino, azienda informatica del gruppo Scai a indurre uno sciopero di quattro ore per la giornata di giovedì 23 aprile. E’ la prima iniziativa di questo tipo per chi lavora dalla propria abitazione.

Le motivazioni della protesta

Ad annunciare la presa di posizione sono i sindacati Fiom e Filcams Cgil, che spiegano: “Riteniamo inaccettabile l’atteggiamento dimostrato dall’azienda durante l’avvio della cassa Integrazione per Covid-19. E’ incomprensibile l’attivazione della cassa integrazione per un numero cosi’ esiguo di persone, 24 su 160, che comporta una riduzione dei costi ridicola rispetto a quanto si sarebbe potuto ottenere con l’applicazione dell’ammortizzatore sociale su un numero decisamente piu’ elevato di colleghi, con minima riduzione dell’orario di lavoro e minima perdita di salario”.

Secondo la ricostruzione dei sindacati “all’apertura di cinque settimane di cassa integrazione per 24 dipendenti su 160, l’azienda ha negato l’anticipo di quanto corrispondera’ l’Inps, la rotazione tra i dipendenti e l’integrazione al salario di chi rimarrà a casa, creando una sorta di “lista nera” di lavoratori discriminati, non dimostrando alcuna attenzione nei confronti dell’immediata necessità salariale che questi potranno avere in queste settimane. Per questo motivo – concludono i delegati – il mancato accordo sindacale sull’erogazione dell’anticipo dell’indennità di cassa risulta ancora più iniquo e ingiustificato: la ridicola riduzione dei costi per l’azienda si contrappone a un impatto economico devastante per i colleghi coinvolti dalla cassa e le loro famiglie“.

Sciopero dipendenti smart working – C’è il diritto alla disconnessione

Il rischio, però, come hanno sottolineato molti, è che questo modo di lavorare possa implicare uno sforzo maggiore proprio per il tempo che non si deve dedicare agli spostamenti.

“Di sicuro lo smart working è la modalità che riguarda il nostro futuro, se lo applicassimo alla pubblica amministrazione ne trarremmo un beneficio in termini di efficienza dei servizi che non ha precedenti ed è necessaria al nostro Paese – ha detto Michele Azzola, segretario generale della Cgil di Roma e Lazio, intervistato dall’agenzia Dire – . Tuttavia, siamo in ritardo sulla regolarizzazione di questo strumento perchè abbiamo un duplice problema. Il primo è quello di utilizzarlo: negli anni passati le aziende non lo hanno mai voluto fare perchè temevano di perdere il controllo sulla forza lavoro perdendo però occasione di recupero di produttività, perché un lavoratore riesce a rendere di più in quelle condizioni. Il secondo problema è evitare di ghettizzare quel lavoratore in casa, quindi prevedere la possibilità di alternare lo smart working alle presenze in azienda”.

Per far sì che i lavoratori non possano essere sfruttati sarà quindi necessario tenere presente un elemento importante: “Non solo “bisognerà prevedere anche il diritto di disconnessione, perchè se c’è una fase negativa di tutto questo è che molte persone si sono trovate a lavorare 24 ore al giorno 7 giorni su 7 perché, col fatto che ‘sei a casa, posso chiamarti sempre’- ha concluso Azzola-. Pertanto va disciplinato il diritto alla disconnessione, un rispetto degli orari di lavoro e il fatto che non ti ghettizzo dentro casa ma hai anche la possibilità di rientrare in ufficio per confrontarti con i colleghi e i superiori” – ha concluso Azzola.