Patrick George Zaki, torturato per 30 ore, volevano sapere di Regeni

Patrick George Zaki
Patrick George Zaki e Giulio Regeni murale. Immagine presa dal giornale today.it

Hanno interrogato, picchiato e torturato per 30 ore Patrick George Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna arrestato il 7 febbraio all’aeroporto del Cairo. Gli hanno chiesto dei sui suoi legami con Giulio Regeni e i suoi genitori. Contatti che, secondo la famiglia e gli avvocati del ragazzo, intervistati da Repubblica e il Corriere della Sera, non esistono.

Il caso del ricercatore di Fiumicello, sequestrato, torturato e ucciso tra il 25 gennaio e il 3 febbraio del 2016, ha provocato una psicosi all’interno della Sicurezza nazionale egiziana. Un’ossessione le cui conseguenze sono ricadute anche su Zaki.

Parlano i famigliari di Patrick George Zaki

“Patrick è egiziano lasciamo questa storia e le ambasciate fuori o non ne verremo più a capo” afferma lo zio. La famiglia sa che eventuali legami complicherebbero la situazione del ragazzo e ritarderebbero la sua liberazione.

La sorella, Marize, aggiunge: “Abbiamo saputo quello che è successo a Regeni attraverso i social media, come tutti qui in Egitto. A casa ne abbiamo parlato e Patrick si è fatto la stessa domanda di tutti noi: perché è successo? Nulla di più”. Si accenna alla possibilità di una ritorsione delle autorità egiziane per screditare la famiglia di Giulio.

La famiglia è intimorita dalla portata dell’evento che ha coinvolto Zaki. Nel breve comunicato pubblicato martedì, chiedono alla comunità internazionale di tenere alta l’attenzione sul caso dello studente. Se così non fosse, rischierebbe di essere inghiottito dal sistema.

“Patrick non sta certo bene psicologicamente ma tiene duro e aspetta di uscire. Tutto quello che vuole è tornare a studiare in Italia” dichiara il padre. Tanto che ha chiesto di ricevere i propri libri di testo per preparare gli esami di marzo.

Di Maio parola dell’ambasciatore Cantini

Da Pristina, in Kosovo, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio si espone a riguardo. Afferma che nessun contatto è avvenuto tra l’ambasciatore italiano, Giampaolo Cantini, e la famiglia dello studente, dato che è un cittadino egiziano. Il diplomatico al Cairo, però, “Ha avuto un incontro con Mohammed Fayek, il presidente del National Human Rights Council. L’ambasciata sta portando avanti tutte le azioni che servono per avere il massimo delle informazioni e attivare tutti gli organi di garanzia. Abbiamo fatto lo stesso a livello europeo, chiedendo che l’Unione segua tutti i passaggi del processo”.

Quando gli viene chiesto se pensa alla possibilità di un nuovo ritiro dell’ambasciatore Di Maio, accusato dai genitori di Regeni di aver tenuto un atteggiamento troppo morbido nei confronti di al-Sisi, esclude questa possibilità per il momento.

“L’obiettivo che ci siamo dati fin dalla nascita di questo governo è la riattivazione del dialogo tra le procure che era rimasto interrotto per un anno. Il 14 gennaio c’è stato un primo incontro tecnico, adesso dovrà esserci un vertice ai massimi livelli. Quella sarà la prova del nove delle disponibilità. Non sono Alice nel Paese delle Meraviglie, ma mi aspetto concretezza. Ma questo processo può essere portato avanti solo avendo un ambasciatore lì. Lo stesso vale per l’aiuto che possiamo dare a Patrick Zaki, proprio per il fatto che al Cairo l’Italia c’è”.