Suicidio assistito, nessuna sanzione per il medico che aiuta il malato

L'Ordine dei Medici prende posizione e aggiorna il Codice deontologico dopo il caso di DJ Fabo, che ha portato a un processo ai danni di Marco Cappato

suicidio assistito
Foto: Pixabay

Il comportamento da tenere nei confronti di un malato che versa ormai da tempo in gravi condizioni e che si è detto ormai stanco di vivere continua a essere oggetto di discussione. Emblematico, ad esempi, è quanto accaduto tempo fa con il suicidio assistito di Dj Fabo, aiutato in questo percorso dall’esponente dei Radicali Marco Cappato, poi sottoposto a processo finito con l’assoluzione.

Ora per cercare di dirimere al meglio le situazioni simili è l’Ordine dei Medici a prendere posizione. Un medico ha la possibilità, se lo dovesse ritenere opportuno ma soprattutto dopo avere il singolo caso del paziente, di aiutare chi chiede di porre fine a un’esperienza ormai caratterizzata solo da sofferenze. A sottolinearlo all’unanimità è il Consiglio della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), integrando il Codice deontologico che, all’articolo 17, prevede che il medico, anche su richiesta del paziente, non deve attuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte.

Mai generalizzare

È comunque importante precisare che questo modo di agire non è sempre ritenuto valido a priori, ma dovrà dipendere dallo stato d’animo e dalle condizioni fisiche del malato. “La libera scelta del medico di agevolare, sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo, il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (sentenza 242/19 della Corte Costituzionale e relative procedure), va sempre valutata caso per caso e comporta, qualora sussistano tutti gli elementi sopra indicati, la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare”.

ISu tratta di situazioni in cui l’aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale (quali, ad esempio, l’idratazione e l’alimentazione artificiale) e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Se ricorrono tutte queste circostanze, oltre ad alcune condizioni procedurali, l’agevolazione del suicidio non è dunque punibile da un punto di vista penale.