Cappato, motivazioni sentenza: “Accertò scelta consapevole Dj Fabo”

L'esponente dei Radicali era stato al fianco del giovane, che è stato sottoposto alla procedura di suicidio assistito in una clinica in Svizzera nel 2017

Cappato
Foto: Wikipedia - Autore: dumplife (Mihai Romanciuc)

Il dibattito sul fine vita torna alla ribalta periodicamente nel nostro Paese tra favorevoli e contrari: c’è chi ritiene infatti sia giusto che ogni malato possa prendere una decisione consapevole sulla propria situazione se non dovesse ritenere dignitosa la propria situazione, mentre c’è chi invece pensa sia giusto che il quadro clinico possa evolvere in manier naturale, senza alcuna costrizione.

Tra gli ultimi casi che hanno generato discussione c’è quello di Dj Fabo, rimasto tetraplegico in seguito a un incidente stradale e morto con il suicidio assistito in una clinica svizzera il 27 febbraio del 2017. Al suo fianco, in un frangente così difficile, non aveva voluto mancare Marco Cappato, esponente dell’associazione Luca Coscioni, che il giorno dopo non aveva esitato ad autodenunciarsi. L’esponente dei Radicali era stato sottoposto a un processo, culminato con l’assoluzione a fine 2019 da parte della Procura di Milano “perchè il fatto non sussiste”.

Una scelta pienamente consapevole

Sono state diffuse le motivazioni della sentenza che aveva portato all’assoluzione di Marco Cappato, da cui emerge come il comportamento dell’esponente Radicale sia stato assolutamente radicale. Lui, infatti, non ha fatto altro che assecondare la volontà di Dj Fabo, che ormai da tempo non esistava a sostenere di essere stanco della sua situazione che lo aveva reso ormai immobilizzato e cieco.

“Le emergenze istruttorie hanno (…) dimostrato che Marco Cappato ha aiutato Fabiano Antoniani a morire, come da lui scelto, solo dopo aver accertato che la sua decisione fosse stata autonoma e consapevole, che la sua patologia fosse grave e irreversibile e che gli fossero state prospettate correttamente le possibilità alternative” – si legge nella sentenza.

Non ci sarebbe stato quindi alcun atto di costrizione, ma solo la volontà di sostenere la volontà del malato: “Già in forza della ricostruzione dei fatti, emerge con certezza che Dj Fabo era giunto alla decisione di porre termine alla sua vita. Lui era infatti affetto da una “patologia irreversibile (…) fonte di sofferenze fisiche e psicologiche, che trovava assolutamente intollerabili,in quanto (…) era tenuto in vita a mezzi di trattamenti di sostegno vitale restando tuttavia (…) capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. “Risulta altresì – proseguono le motivazioni – che queste condizioni avevano ‘formato oggetto di verifica in ambito medico'”.

La Corte di Assise di Milano ritiene che in questo caso sussistano le 4 condizioni e i 3 “requisiti procedimentali” -tra i quali le adeguate verifiche delle condizioni “patologiche”in ambito medico e la prospettazione delle alternative per porre fine alla propria vita – indicati dalla Consulta affinché “i giudici di merito possano ritenere la condotta contestata come rientrante nell’area di non punibilità di aiuto al suicidio”.