“Il cellulare può causare tumori alla testa”: la sentenza della Corte d’Appello di Torino

L'Inail sarà chiamato a versare una rendita vitalizia a un dipendente Telecom affetto da neurinoma del nervo acustico

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Un uomo con il suo smartphone (Foto: Pixabay)

Il cellulare è ormai diventato un accessorio praticamente indispensabile, è quasi impossibile trovare qualcuno che non effettui nemmeno il minimo spostamento (anche da un locale all’altro della casa senza portarlo con sè). Il nostro smartphone non viene utilizzato solamente per mandare messaggi ed effettuare telefonate, ma anche per effettuare azioni ormai consolidati quali essere aggiornati sulle ultime notizie, navigare in internet, consultare la posta elettronica, ascoltare la musica o giocare.

Il suo utilizzo così continuato non sarebbe però così benefico per il nostro organismo. A sottolinearlo è la Corte d’Appello di Torino, che mette in evidenza come questo possa essere legato alla formazione di alcune neoplasie al cervello.

Una dipendenza fortissima

Non solo chi è abituato a utilizzare il proprio telefono per motivi di lavoro finisce per esserne dipendente. Anche moltissimi ragazzini, infatti, non possono più farne a meno e o utilizzano per comunicare costantemente con amici e compagni di scuola. Questo modo di agire, però, potrebbe comportare rischi da non sottovalutare per la nostra salute.

L’ipotesi, che viene rilanciata periodicamente anche da alcuni esperti, viene ora confermata da una sentenza emessa dalla Corte di Appello di Torino: restare per troppo tempo al cellulare, anche per diverse ore nell’arco della giornata, può provocare tumori alla testa.

La decisione dei giudici conferma la sentenza emessa in primo grado nel 2017 in riferimento alla situazione di un dipendente di Telecom Italia, che era risultato affetto da un neurinoma del nervo acustico.

Secondo quanto stabilito dai giudici, l’Inail sarà chiamato a corrispondere una rendita vitalizia da malattia professionale al lavoratore Roberto Romeo. Per i giudici c’e’ un nesso con l’utilizzo frequente del telefono da parte del lavoratore, anche quattro o cinque ore al giorno.

Una decisione storica

Pur non essendo arrivati ancora a una sentenza passata in giudicato, inevitabilmente, la decisione espressa dai giudici torinesi non potrà non essere presa in considerazione in occasione di casi giudiziari similari.

Gli avvocati Stefano Bertone e Renato Ambrosio che hanno difeso il lavoratore non possono quindi che essere soddisfatti:la speranza è che questa sentenza possa servire a modificare, almeno parzialmente, il comportamento di ognuno di noi. “Una sentenza storica, come lo era stata quella di Ivrea, la prima al mondo a confermare il nesso causa-effetto tra il tumore e l’uso del cellulare. La nostra è una battaglia di sensibilizzazione. Manca informazione, eppure è una questione che interessa la salute dei cittadini. Basta usare il cellulare 30 minuti al giorno per otto anni per essere a rischio”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, e non potrebbe essere diversamente, anche il lavoratore: ” “Sulle scatole dei cellulari – commenta Romeo – bisognerebbe scrivere: ‘Se non usato correttamente, nuoce gravemente alla salute’. Ecco cosa servirebbe. La sentenza di oggi contribuisce all’informazione sul tema e la questione riguarda anche i bambini, che sempre più utilizzano i cellulari. Lo Stato non sta informando, anzi”.