Caso Elena Ceste, Buoninconti non si arrende e punta alla revisione del processo

Nonostante una condanna definitiva a 30 anni di reclusione, l'uomo non ha mai ammesso la sua colpevolezza

Elena Ceste

A quasi sei anni di distanza, l’omicidio di Elena Ceste è ormai archiviato a livello giuridico: il marito Michele Buoninconti, pur non avendo mai ammesso la sua colpevolezza, sta infatti scontando una condanna definitiva a 30 anni di reclusione. A occuparsi dei quattro figli della coppia sono quindi i genitori della donna, che si sono subito presi carico della situazione.

A sorpresa, però, l’uomo non sembra volersi arrendere, ma anzi sembra pronto a fare il possibile per modificare la sua situazione. Al momento l’ex vigile del fuoco si trova in carcere ad Alghero, dove non è mai rimasto inoperoso e ha occupato il tempo trascorso dietro le sbarre studiando Economia. Ora però sembra deciso a compiere un passo importante: fare il possibile per chiedere la revisione del processo e dimostrare di essere al centro di un’ingiustizia.

Sarà davvero possibile?

Una confessione mai arrivata

in Italia sono diversi i casi di cronaca in cui gli imputati sono ormai stati condannati in via definitiva, pur senza mai essere arrivati ad ammettere di essere responsabili dell’omicidio di cui sono accusati. Tra questi c’è anche quello che coinvolge Michele Buoninconti, il marito di Elena Ceste, la donna scomparsa da Costigliole d’Asti, in Piemonte, a gennaio 2014 e ritrovata ormai senza vita diversi mesi dopo.

I sospetti sul marito erano sorti quasi subito, sin dalle sue prime interviste in cui era arrivato a nutrire dubbi su un amico della donna, alimentati poi dall’atteggiamento che lui aveva spesso con la moglie e tenuto spesso nascosto. Elena, infatti, poteva godere di pochissima libertà: oltre a doversi occupare dei quattro figli, era infatti lei a dover gestire gli animali della famiglia, oltre a poter utilizzare la macchina solo per spostamenti limitati (nel periodo in cui i figli non andavano a scuola l’assicurazione veniva sospesa). Non le era nemmeno possibile trascorrere un pomeriggio dal parrucchiere; era proprio Buoninconti a tagliarle i capelli.

Nonostante i tentativi di lui di rigettare la sua responsabilità, anche in Cassazione non c’è stata esitazione ed è stata poi confermata la condanna a 30 anni di reclusione, arrivata a maggio 2018. La sentenza lasciava spazio a pochi dubbi. Lui, infatti, viene definito come “una personalità malvagia, che non ha mai mostrato pentimento e che non merita attenuanti: ha ucciso la madre dei figli per il più atavico dei sentimenti maschili, la sete di dominio e un malinteso senso dell’onore“. La dose era stata poi ulteriormente rincarata sottolineando “una chiara e premedita volontà di depistare i sospetti e sviare le indagini”.

Ma lui non si arrende

Il trascorrere degli anni non sembrano però avere cambiato Buoninconti, convinto di poter fare ancora qualcosa per uscire dal carcere.

Come riportato da Fanpage, che cita fonti vicine al pool difensivo dell’ex pompiere, ci sarebbe infatti la piena volontà di lavorare per arrivare a una revisione del processo. L’attività sarebbe già iniziata e portata avanti da un’agenzia, la Falco investigazioni.

“Ci sono elementi genetici che le attività d’indagine della Procura non hanno rilevato – ha riferito a Fanpage, Eugenio d’Orio, Biologo e genetista forense, Presidente dell’Associazione-Unione dei Biologi Forensi Italiani – queste tracce verranno a breve analizzate da noi“.

La strada che si vuole perseguire sarebbe duplice, non solo dimostrare l’estraneità dei fatti dell’uomo, ma anche provare a sostenere una differente causa di morte. Il corpo della donna era stato infatti ritrovato a dieci mesi di distanza dalla scomparsa e senza vestiti, un tempo che potrebbe rendere difficile poter fare chiarezza assoluta sull’accaduto.

“Stiamo lavorando a una tesi alternativa a quella sostenuta dalla sentenza – ha detto ancora a Fanpage, Davide Cannella, investigatore – sia per quel che attiene la scomparsa, sia per quel che attiene il ritrovamento”.

Sulla stessa lunghezza d’onda è anche la criminologa Anna Virgili, che riporta in voga una tesi che in passato era stata sostenuta dalla difesa del condannato, anche per giustificare icome mai la vittima fosse nuda. “Elena potrbbe essere stata vittima di un episodio psicotico nel corso del quale si è allontanata nuda da casa. Denudarsi è uno dei comportamenti deliranti tipici di questi episodi”.

L’ordinamento prevede però la necessità di far venire alla luce dettagli finora mai emersi per poter arrivare a una revisione e l’impresa potrebbe non essere così semplice.