A 50 anni dalla strage di Piazza Fontana, la memoria è “educazione civica”

A 50 anni di distanza, la strage di Piazza Fontana resta ancora senza colpevoli, nonostante le diverse piste che si sono battute nel tempo

Sono passati 50 anni da quel 12 dicembre 1969, quando esplose una bomba all’interno della banca dell’Agricolatura. Un giorno che è poi passato alla storia come il giorno della strage di Piazza Fontana. Ma che dopo 50 anni ancora resta uno degli episodi più controversi e avvolti nella nebbia di depistaggi e processi.

Dopo la strage di Piazza Fontana

Morirono 17 persone, e ne rimasero ferite 88, segnando l’inizio di una scia di sangue proseguita fino alle stragi del 1993. La prima pista individuata, e subito seguita, fu quella anarchica, che vide l’arresto di Pietro Valpreda – scagionato nel 1985 – e di Giuseppe Pinelli, che precipitò dal quarto piano durante un interrogatorio. Un suicidio, si disse a suo tempo, perché era stato scoperto. Una spiegazione che però non ha mai convinto del tutto e si è conclusa con la sentenza di morte avvenuta per “un malore attivo”.

La pista neofascista

Poi però la pista anarchica scricchiola, e si apre un nuovo filone dell’inchiesta che vede implicati tre militanti di estrema destra: Giovanni Ventura, Franco Freda e Guido Giannettini. Il quale, però è giornalista e agente dei servizi segreti, e questo segna l’inizio del coivolgimento di apparati dello Stato nella Strage. Negli anni ’90, una nuova pista, quella neofascista legata a Ordine Nuovo, con i nomi di Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi. Un processo più volte spostato, da Milano a Roma, da Roma a Catanzaro per poi tornare a Milano. Più volte concluso e più volte riaperto, con condanne che vengono assegnate e poi annullate. A 50 anni di distanza, la strage di Piazza Fontana non ha di fatto ancora nessun colpevole.

Due luoghi comuni da sfatare

Nessun colpevole e molti luoghi comuni, almeno due a sentire lo storico Miguel Gotor, che in un’intervista allHuffingtonpost sostiene che li si debba sfatare, perché “c’è troppa pigrizia”. Il primo riguarda l’idea della “manovalanza neofascista”, quando invece, sostiene Gotor, si trattava di un soggetto politico molto ben definto”. Che come tale scelse un’arma ben precisa, quella dello stragismo, per creare le condizioni per un golpe militare su modello di quello greco. Il secondo concetto da sfatare è quello di “servizi segreti deviati”, che secondo Gotor è “autoindulgente”, visto il ruolo preponderante che ebbero “i vertici del Sid (il vecchio servizio militare), cioè i generali Vito Miceli e Gianadelio Maletti, e i vertici dell’Ufficio Affari riservati”, nei depistaggi per coprire la matrice neofascista.

Sono luoghi comuni, emersi per pigrizia e incancrenitisi nella memoria collettiva. Ma diffondere la memoria è fare in modo che non si ripeta quello che è giàù accaduto. “Del resto, la storia è una delle principali forme di educazione civica”, dice Miguel Gotor.

Redazione CiSiamo
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