Hacker pubblica amministrazione arrestato: intercettava centinaia di dati

E' stato arrestato un hacker della pubblica amministrazione, che era riuscito a entrare nelle banche dati degli uffici pubblici

Hacker pubblica amministrazione arrestato (Photo by Markus Spiske on Unsplash)
Hacker pubblica amministrazione arrestato (Photo by Markus Spiske on Unsplash)

La polizia ha arrestato un hacker della pubblica amministrazione nell’ambito dell’articolata operazione “People 1” nel settore del cybercrime. Inoltre la polizia ha anche eseguito sei decreti di perquisizione sul territorio nazionale, tra cui compaiono anche alcune agenzie investigative.

Gli arresti

La persona arrestata è un uomo di 66 anni, originario della provincia di Torino ma residente a Sanremo. Si tratta di un uomo con conoscenze informatiche di altissimo livello, che ha numerosi precedenti penali. Lui è il principale sospettato delle intercettazioni illecite di “centinaia di credenziali di accesso a dati sensibili, migliaia di informazioni private contenute in archivi informatici della pubblica amministrazione”. Dati “relativi a posizioni anagrafiche, contributive, di previdenza sociale e dati amministrativi appartenenti a centinaia di cittadini e imprese del nostro Paese.

L’uomo avrebbe prima attaccato i “sistemi informatici di alcuni Comuni italiani“, sottolinea la polizia. Poi “è riuscito ad introdursi in banche dati di rilievo istituzionale, appartenenti ad Agenzia delle Entrate, Inps, Aci ed Infocamere, veri obiettivi finali dell’attività delittuosa”.

Il meccanismo che usava l’hacker della Pubblica amministrazione

Ma il 66enne non agiva da solo. Infatti sono state denunciate a piede libero anche altre 6 persone. Queste ultime sarebbero state impiegate tutte a vario titolo in agenzie investigative e di recupero crediti. I dati che l’hacker riusciva ad ottenere venivano poi passati a queste persone che li utilizzavano nel proprio lavoro per profilare illecitamente centinaia di cittadini e imprese. Un vero e proprio buisness messo su nel corso degli anni, in cui le agenzie interessate installavano un software che le connetteva alle banche dati istituzionali.

Il sistema prevedeva l’uso di virus attraverso cui si ottenevano le credenziali degli impiegati degli uffici pubblici. In più, attraverso email apparentemente provenienti dall’amministrazioni, infettava il computer riuscendo a prenderne il controllo. A quel punto, l’hacker aveva creato un’enorme rete di computer che poteva gestire da una centrale con server all’estero. E questa rete veniva usata per “sferrare attacchi informatici massivi, compromettere i database delle amministrazioni pubbliche ed esfiltrare i dati personali dei cittadini”.

I proventi

Il profitto era enorme: le interrogazioni alle banche dati venivano vendute a 1 euro per ogni dato. E ne sono state fatte decine di migliaia.

Redazione CiSiamo
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