Basta Droga: ecco cosa c’è dietro al Parco di Rogoredo

Il Parco di Rogoredo non è solo droga e morte. C'è un lavoro di riqualificazione, di costruzione, di ripopolazione per portare il Parco ad essere un luogo importante per i cittadini.

Spaccio, abusi, rifiuti, morti. Il Parco di Rogoredo è stato il centro, il cuore, della droga di Milano, definito dai più il parchetto della droga. Qualche settimana fa un blitz della Polizia ha inferto un bel colpo agli spacciatori che da qualche giorno non gironzolano più nell’area di Porto di Mare. È un bel giorno, ma non è un gran giorno.

Parco di Rogoredo: Italia Nostra – Episodio 1

Si parla sempre con un’accezione molto negativa del Parco di Rogoredo, ma il luogo in sé non può essere connotato come buono o cattivo, è ciò che ha vissuto all’interno che lo è, non un ambiente. È per questo che il Comune di Milano nell’ottobre del 2017 ha affidato a Italia Nostra le operazioni di riqualificazione della zona Porto di Mare. Una porzione di terreno di circa 65 ettari più il Parco Cassinis di 15 ettari. Quindi 80 ettari, più del doppio del Parco Sempione, per intenderci, a soli cinque chilometri dal Duomo. Quindi zona molto centrale per la città. Italia Nostra nel 1997 aveva già riqualificato il Parco delle Cave; un’area molto grossa che presentava le stesse problematiche, ossia spaccio e utilizzo improprio del territorio. Siamo andati a intervistare Gianluca, il nostro referente sul posto, che ci ha raccontato un po’ di cose che, purtroppo, vengono sempre lasciate in secondo piano quando si parla del Parco di Rogoredo.

«Quest’area qui è nata all’inizio del Novecento. Milano voleva creare un porto vero e proprio, per questo si chiama Porto di Mare. Ma i lavori si fermarono, anche per via delle guerre. Ad un certo punto si è deciso di abbandonare l’idea ed è rimasto solo il nome di quel progetto. Quest’area è diventata una zona molto chiusa, da una parte le tangenziali, dall’altra la ferrovia, dietro alcune grandi aziende. È una zona rimasta isolata e di difficile accessibilità per la popolazione. E quando una zona viene frequentata poco, si apre a utilizzi impropri, nello specifico lo spaccio e l’uso delle droghe».

Parco di Rogoredo: è un bel giorno, non un gran giorno

Piove. Da tutto il giorno. Quando arrivo al parcheggio dell’ex discoteca Karma, tra Corvetto e Rogoredo, trovo solo buche, MoBike abbandonate e un camioncino. È lì dentro che mi attende Gianluca. Salgo, ci salutiamo e inizia a raccontarmi di come fosse la situazione del parco quando loro, due anni fa, hanno cominciato il lavoro.

«Quando siamo arrivati noi, non ci eravamo accorti che quella lì – indica con il dito – fosse una collinetta (parliamo di 5 metri), era tutto un roveto, pieno di erbacce, cespugli e sporcizia. Tende, pneumatici, coperte. Qui la strada non c’era, l’abbiamo fatta noi. Non si vedeva nulla, né a destra, né a sinistra. Abbiamo ritagliato tutto e lo abbiamo portato a una struttura originale. Qua in mezzo era una boscaglia impenetrabile». 

Com’è stato il vostro approccio?

«Qui passavi in mezzo a spazzatura e siringhe. Abbiamo perimetrato tutto il parco e pian piano, a seconda di quelli che ci sembravano i punti meno nevralgici, abbiamo cercato di addentrarci più nel profondo nel parco, cercando di – passami il termine – conquistare delle porzioni di terreno per riqualificarlo. Abbiamo rastrellato tutta la spazzatura, abbassato gli alberi così che la polizia potesse vedere bene tra i cespugli, abbiamo creato le strade per la viabilità nostra, ma anche per favorire i blitz dei Carabinieri».

Parco di Rogoredo: è una battaglia che non possiamo perdere

Ma qui, operativi sul campo, in quanti siete?

«Siamo in tre operatori e lavoriamo tutti insieme, tutti i giorni. Adesso lavoriamo serenamente, anche in solitaria, ma prima cercavamo di stare il più vicino possibile così da aiutarci in caso di problemi. Ma in due anni ci sono stati pochissimi casi, uno dei quali è finito anche sui giornali “volontario di Italia Nostra aggredito con il macete” che più o meno è vero, ma non è successo nulla per fortuna perché questo ragazzo aveva scambiato uno di noi per qualcun altro e la faccenda è morta lì, molto in fretta, senza nessun problema. Noi non volevamo che la notizia venisse fuori, ma alla fine è trapelata».

Perché non volevate che se ne parlasse?

«Noi non volevamo che uscisse perché qui raccontano solo cose negative, morti, droghe, spaccio. Il nostro lavoro invece è qualcosa di positivo, associare il nostro nome all’etichetta negativa del parco per noi non andava bene…»

Prima del vostro arrivo c’erano anche i Rom, o sbaglio?

«Sì, c’erano. Più o meno cento famiglie che abitavano dentro questo Parco, poi nel 2014 il Comune ha fatto smantellare tutto, ma quando siamo arrivati c’era un montagnone di spazzatura che abbiamo dovuto raccogliere in giro per il parco. Sono mucchi che abbiamo fatto nel corso del tempo e piano piano la stanno portando via con i camion dell’AMSA».

Quali sono gli obiettivi che vi ha dato il Comune?

«Sembra strano ma è uno solo: riqualificare il Parco di Rogoredo. Noi abbiamo questa convenzione di cinque anni con il comune di Milano e abbiamo un elenco di cose da fare, anche se non c’è un capitolato dettagliato delle opere che dobbiamo portare a termine perché è talmente vasto e imponente il lavoro che c’è dietro che non c’è una misurazione delle cose da fare. Sono stati dati dei macro obiettivi e noi comunque a fine anno rendicontiamo tutto».

Per tutto questo lavoro, quanto dà il Comune di Milano a Italia Nostra?

«Il Comune fornisce un compenso di 190mila euro all’anno. In totale quindi, per i cinque anni, sono 950mila euro. Compreso di tutto. Il nostro lavoro quotidiano sul campo, gli eventi, i lavori ordinari ed extra ordinari. Tutto».

La programmazione delle cose da fare chi la decide?

«La struttura di Italia Nostra è molto semplice. Silvio è il direttore e quindi lui, insieme a me, decidiamo la strategia di massima da fare. Qua dentro c’è tanto di bello e si può fare davvero tantissimo. E siamo già, dopo nemmeno la metà del tempo della concessione, a un ottimo punto».

Voi avete anche dei volontari che ogni tanto vi danno una mano…

«Noi che ci occupiamo della parte operativa, abbiamo aperto il mercoledì mattina e tutte le terze domeniche del mese alla cittadinanza. Pulire il parco, piantare le piante, aprire dei percorsi con i falcetti per togliere i rovi. Insomma, si lavora. Ci sono, ogni mercoledì mattina, dalle quattro alle cinque persone, quando arrivano gli scout siamo in 80».

E come ci sono arrivati i volontari qui da voi?

«La prima volta è venuto un signore che voleva darci una mano. Pian piano si è preso a cuore la nostra causa e ha deciso di aiutarci tutte le settimane. Poi ha portato altri amici e ora sono quattro volontari affezionati. Ma la cosa più importante che fanno non è il lavoro sul campo, a quello ci abbiamo sempre pensato anche noi, ma il fatto che promuovono e raccontano nelle loro cerchie cosa stiamo facendo. Questo è fondamentale per cambiare la percezione di questo luogo, ed è una cosa importantissima, molto di più del lavoro manuale».

Che tipo di eventi organizzate per far conoscere il Parco?

«Abbiamo ospitato Piano Milano City, è stato bellissimo perché ci saranno state un centinaio di persone che assistevano qui a una performance con il pianoforte, seduti sui tronchi degli alberi, mentre pioveva. È stato molto bello. Poi ultimamente stiamo organizzando domeniche in mountain bike. Un’altra attività è quello con il pastore e il suo gregge di agnellini che racconta a decine di bambini che cosa sia la transumanza e poi ogni qual volta viene qualche cittadino cerchiamo di fargli visitare il parco. Perché questo posto, dal punto di vista dell’ambiente, è bellissimo».

Parco di Rogoredo: serve l’aiuto di tutti

«Questo qui è un lavoro di tutti: dal Comune di Milano, Italia Nostra, i cittadini, la Polizia, i Carabinieri e le altre associazioni. Tutti insieme stanno funzionando e solo insieme riusciremo a portare nuovamente Porto di Mare, il Parco di Rogoredo e quello di Cassinis ad essere dei luoghi sereni e vivibili sempre».

Io e Gianluca stiamo finendo di chiacchierare sul camioncino, mentre attraversiamo alcune strade che proprio Italia Nostra ha creato qualche mese fa per addentrarsi all’interno dei punti più caldi del Parco di Rogoredo e vediamo tre ragazzini. Avranno si e no vent’anni, forse meno.

E questi? – chiedo a Gianluca. «Questi sembrano essere in cerca, ma oggi non c’è storia. Gli spacciatori non ci sono. Dobbiamo, però, continuare ad avere le antenne dritte e attente, perché è un processo articolato, complesso, lungo. E, come ho detto prima, serve l’aiuto di tutti. Se abbassiamo la guardia, bisogna ricominciare da capo. Tutto»

Redazione CiSiamo
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