SLA, i calciatori sono più a rischio: colpa degli impatti di gioco

Un giocatore a terra durante una partita di calcio (Foto: Pixabay)

La medicina negli ultimi anni ha fatto importanti passi da gigante e ha reso curabili malattie che fino a qualche tempo fa non lo erano. Più difficile è invece il percorso che si trovano ad affrontare chi è affetto da SLA, la Sclerosi Laterale Amiotrofica, una malattia neurogenerativa progressiva che porta alla paralisi dei muscoli volontari fino a coinvolgere anche quelli respiratori.

A più riprese periodicamente non sono mancate le ipotesi da parte di chi ritiene che una delle categorie più colpite possa essere quella dei calciatori. Emblematici sono i casi dell’ex capitano del Genoa, Gianluca Signorini, Stefano Borgonovo e Fernando Ricksen. Il motivo scatenante? I colpi di testa che molti di loro eseguono a più riprese nel corso della partita.

Ora la teoria è ulteriormente confermata da una studio condotto su oltre settemila ex calciatori professionisti scozzesi, pubblicato sul New England Journal of medicine, e segnalato su Quotidiano Sanità. La causa che metterebbe i calciatori più a rischio sarebbe però ben diversa: i diversi impatti, alcuni anche di entità più forte, a cui vengono sottoposti nei vari scontri di gioco, sia in gara sia in allenamento.

Un rischio concreto per i calciatori

Fare il calciatore è certamente affascinante e consente di avere accesso a molteplici agevolazioni, ma mette a rischio anche la salute. Non tanto per i possibili infortuni muscolari o traumatici a cui si può andare incontro, ma per la possibilità di incorrere in malattie neurodegenerative o episodi di demenza.

La ricerca che ha messo in evidenza il risultato è stata coordinata da Daniel F. Mackay dell’Università di Boston e ha messo a confronto gli ex-calciatori con la popolazione generale sulle cause di mortalità e l’uso di farmaci anti-demenza.

L’esito che ne è emerso è stato duplice. Una minore incidenza nella mortalità da cause non neurologiche, dato che conferma i numerosi benefici che può ottenere chi pratica sport con continuità, anche solo a livello amatoriale. Ben diversa sarebbe invece la situazione per le malattie neurodegenerative, a cui possono andare incontro non solo i calciatori ma anche i giocatori di football americano.

A influire sul problema sarebbero i ripetuti impatti ricevuti alla testa, compresi quelli che non danno sintomi. Gli studiosi non hanno comunque intenzione di fermarsi qui, ma vorranno cercare di capire anche se ci siano differenze particolari nelle patologie a seconda del ruolo ricoperto durante la carriera.