Attacco in Somalia a militari italiani: il racconto di un testimone

Un testimone dell'attacco in Somalia ai militari italiani avvenuto il 30 settembre racconta quello che ha visto e com'è la situazione ora

attacco in somalia
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Un testimone dell’attacco in Somalia a militari italiani, avvenuto il 30 settembre ha raccontato all’AdnKronos cosa è avvenuto con esattezza. Si tratta di Armando Cofrancesco, ingegnere civile di 38 anni che si trova a Baledogle da agosto. Il suo incarico è quello di supervisionare la costruzione di una pista aeroportuale che servirà agli Stati Uniti sia per i controlli che per gli aiuti umanitari.

Il racconto del testimone

“Ero in pista a Baledogle, mentre camminavo sono stato accecato da una luce rossa, tipo scia di un razzo, l’ho seguita e poi ho visto la fiammata. Non ero molto distante, una quarantina di metri. Ci sono stati attimi di panico”, racconta. “Poco prima dell’esplosione stavo cercando di videochiamare mia padre che non rispondeva. Ero da solo perché ero andato in stanza a prendere dei materiali e tornare in cantiere, dove c’era tutto il gruppo”, spiega ancora. “Poi il boato, il panico, e sono scappato. Non mi ricordo i momenti immediatamente successivi. Ad esempio, non ricordo il tratto di strada che ho percorso per tornare al bunker, pur se in questi mesi l’ho fatto migliaia di volte. Il primo ricordo che ho è del soldato armato piazzato davanti al bunker che ci ha detto di entrare subito”.

La situazione dopo l’attacco in Somalia

Ora siamo chiusi nelle nostre stanze e aspettiamo disposizioni“, spiega l’ingegnere. “Non so, credo ci sarà una sospensione dei lavori. Stiamo razionalizzando poco alla volta”. “Siamo stati fortunati perché il primo camion è esploso prima di raggiungere quello che penso fosse l’obiettivo: il cancello laterale di servizio della base americana”, racconta. “Probabilmente, poiché viaggiava a tutta velocità, non ha visto gli scavi che avevamo realizzato all’esterno per prelevare materiale per la pista e ci è finito dentro esplodendo. Questo ha dato modo agli americani di organizzarsi e reagire. Neanche il secondo camion è riuscito ad entrare. Dal bunker sentivo solo il rumore delle armi”.

La rabbia

Ma Armando Cofrancesco si concede anche uno sfogo di rabbia: “Qui ogni giorno ci sono droni e un dirigibile permanente che controllano e monitorano. Possibile non vedere due camion che si stanno avvicinando in maniera sospetta?”. Noi non siamo all’interno della base americana, il nostro campo è situato in un complesso militare gestito dalle forze unite africane. Abbiamo libero accesso alla pista, ma se dobbiamo entrare in cantiere occorre fare il check in dalla base statunitense”, conclude poi.

Redazione CiSiamo
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