Libia, condannato all’ergastolo il Re degli Yacht italiano

Si tratta di Giulio Lolli, imprenditore e latitante in Italia dopo il crack milionario di una sua attività legata agli yacht di lusso

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Condannato all'ergastolo il re degli yacht italiano (Foto: Pixabay)

La Libia ha condannato all’ergastolo Giulio Lolli, imprenditore di Forlì e latitante in Italia per un crack milionario collegato alla sua attività degli yacht di lusso. Lolli, accusato dal tribunale di Tripoli di terrorismo e traffico d’armi, ha ricevuto la sentenza a vita questa mattina. È stato arrestato dalle autorità del paese nordafricano nel 2017 e da allora si trova nelle carceri libiche. Una condizione che spera possa cambiare a breve, secondo quanto dichiarato dal suo avvocato, Antonio Petroncini: “Speriamo che la Libia si determini a consegnare Lolli all’Italia, speriamo che sia possibile e che possa rientrare quanto prima”.

Libia condanna il re degli Yacht: le truffe in Italia

Giulio Lolli è un volto noto anche nei tribunali italiani. Nel 2010 la procura di Rimini chiede nei suoi confronti un ordine di custodia cautelare per il fallimento della Rimini Yacht, la società di Lolli che vendeva imbarcazioni di lusso e che contava un buco da oltre 4 milioni. L’imprenditore però riesce a sfuggire alla giustizia italiana, e da allora è latitante. Nella sua fuga, è anche riuscito a patteggiare una condanna a 4 anni e 4 mesi per il fallimento della Rimini Yacht. Secondo quanto ricostruito da Il Corriere della Sera, Lolli sarebbe riuscito a scappare dall’Italia a bordo di una barca, e dopo aver vissuto nascosto in diversi paesi si era ricostruito la sua vita a Tripoli, in Libia.   

Condannato il re degli Yacht: le accuse in Libia

Ed è proprio in Libia che Lolli scappa al suo secondo arresto, questa volta in un hotel di lusso. Le autorità libiche lo avevano già bloccato, ma l’imprenditore riuscì a fuggire prima che scattasse l’estradizione. A quel punto Lolli decide di darsi alla macchia e, approfittando del caos generato dalla fine del regime di Gheddafi, si unisce a una banda di ribelli. Cambia il suo nome in Karim e torna a occuparsi del traffico delle barche. Non rinuncia però a vivere nel lusso: la sua casa era infatti una villa situata sulle colline della capitale libica.

La sua vita però subisce una brusca svolta il 29 ottobre 2017, quando la polizia di Al Serraj lo arresta con l’accusa di traffico di armi. È indagato anche per terrorismo, a causa della sua appartenenza a un gruppo armato vicino alle forze separatiste del colonnello Haftar. Nello specifico, l’avvocato difensore Petroncini ha rivelato a Il Corriere della Sera che il tribunale di Tripoli lo ritiene colpevole di aver fornito imbarcazioni ai ribelli e di aver eseguito delle missioni in mare per loro.

Redazione CiSiamo
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