Tempestare di telefonate un debitore è molestia: lo ha stabilito la Cassazione

La Cassazione ha dato ragione a una persona in quanto vittima del reato di molestia telefonica: la decisione del giudice.

Il reato di molestia al telefono, la decisione della Cassazione
Il reato di molestia al telefono, la decisione della Cassazione

Tempestare di telefonate un debitore significa molestarlo, anche se si esigono in punto di diritto delle somme. Lo ha sentenziato un rivoluzionario pronunciamento della Corte di Cassazione esposto da Annamaria Villafrate sulla rivista di Diritto Studio Cataldi. La sentenza è la 29292/2019 ed è un pronunciamento con cui gli “Ermellini” di Piazza Cavour confermano “la condanna del titolare di un’agenzia di recupero credito, per non aver vigilato sulla condotta degli operatori che, con telefonate multiple a tutte le ore del giorno, hanno recato molestia e disturbo a un ex cliente di una società elettrica per il mancato pagamento di alcune fatture”.

Reato di molestia nei confronti di un debitore, i motivi

Tutto questo, enunciando la nicchia del diritto che ha analizzato il caso, anteponendo “il profitto al rispetto delle persone, molestandole e recando loro disturbo integra il biasimevole motivo richiesto dall’art 660 c.p., per integrare il reato contravvenzionale”. Tutto ebbe origine dalla denuncia del debitore che aveva ricevuto per otto settimane non meno di 8 telefonate al giorno da parte degli incaricati della società di recupero. Valutando “l’attitudine dei contatti, la frequenza e la collocazione oraria” il tribunale aveva configurato quella fattispecie come profilabile penalmente nel cappello procedurale della molestia.

Il ricorso in Cassazione

A “puntare” il responsabile della società di recupero l’assunto per cui i dipendenti non si erano autonomamente “inventati la strategia di persecuzione”, ma avevano sposato la condotta petulante “in ossequio a precisa strategia aziendale e non in forza di autonome iniziative dei singoli addetti al call center”. L’uomo aveva fatto ricorso in Cassazione eccependo soprattutto il numero di telefonate e l’orario in cui esse venivano fatte. I giudici della Suprema hanno respinto il suo ricorso, definendo le sue motivazioni “infondate”.

Cosa ha deciso il Tribunale

“Nel caso di specie, appare indubbio che l’illiceità dell’azione posta in essere con il decisivo concorso di (…) è derivata dalla scelta, presumibilmente compiuta dalla governance aziendale, di ricorrere ad insistite e pressanti iniziative finalizzate al recupero del credito, così anteponendo gli obiettivi di profitto al rispetto dell’altrui diritto al riposo ed a non essere disturbati, ciò che integra il biasimevole motivo richiesto dalla norma incriminatrice. Il Tribunale, del resto, è esplicito nell’attestare, sul punto, che già l’elevata frequenza delle telefonate quotidiane risponde alla nozione di petulanza richiesta dalla disposizione applicata”.

Non può allora dirsi, conclusivamente, che il Tribunale sia incorso, in proposito, nell’evocato deficit motivatorio, avendo il giudice di merito spiegato, sia pure sinteticamente, che era sicuramente a conoscenza delle violazioni dei codici interni di comportamento, ciò che vale a qualificare il suo contegno in termini quantomeno colposi ed attesta la manifesta infondatezza della deduzione sottesa all’impugnazione”. Dio c’è.

Redazione CiSiamo
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