Boris Giuliano, 40 anni fa la morte del poliziotto che mise a nudo Cosa Nostra

40 anni fa moriva, per mano della mafia, Boris Giuliano, il poliziotto che mise a nudo i meccanismi di Cosa Nostra, e per questo venne ucciso

Boris Giuliano
Boris Giuliano


Il caffè al bar Lux è un rito quotidiano, ormai irrinunciabile per Boris Giuliano. Rito a metà fra il gradito e il necessario, visto che l’auto di servizio della Questura da un po’ di giorni tarda sempre qualche minuto e sfora dalle otto del mattino. L’autista deve fare benzina in deposito e lì c’è sempre un po’ di fila al mattino. Giuliano è quello che si dice un cliente, un habitué. In quel locale di via Di Blasi a Palermo ci sta comodo e si sente a suo agio, mai al punto da abbassare completamente la guardia però.

L’omicidio di Boris Giuliano

Perché Giuliano, il commissario di Pubblica Sicurezza Boris Giuliano è notoriamente uno sveglio di mente ma anche svelto di mano: è un mancino naturale e al poligono ci va giù di tigna cecchina, lo sanno tutti, amici e nemici. Ma è il 21 luglio del 1979 e quando arriva il tuo giorno arriva e basta, tosto che tu sia arriva. Giuliano prende il portafogli per pagare e con la coda dell’occhio vede il buco nero di una pistola puntata contro di lui e, dietro di lei, un uomo. Sei colpi in sequenza al torace si intersecano a mezz’aria con il suo pensiero velocissimo di dover reagire, velocissimo ma non veloce abbastanza, non veloce come i proiettili 7.65 della Beretta che Leoluca Bagarella gli sta scaricando addosso.

Trent’anni dopo Alfio Caruso, nel suo “Da Cosa Nasce Cosa” e Saverio Lodato avrebbero raccontato come lo stesso Bagarella avrebbe poi ammesso di essere nervoso quel giorno. Giuliano era conosciuto per essere un brutto cliente anche negli ambienti dove sparare a un cristiano era liscio come trangugiare un marsala nei bar dove vendono le paste di ricotta e cioccolato, le iris, di cui Giuliano era golosissimo. Il settimo colpo Leoluca al commissario glie lo sparò in testa, alla nuca, quando era già riverso a lasciar colare l’anima sul pavimento assieme al sangue polmonare.

L’attività contro la mafia

Per la mafia, anzi, per le due mafie che ancora si contendevano con falsa bonomia il potere a Palermo, la cittadina ancora in vetta e la viddana già in ascesa, l’omicidio di Giuliano fu una vittoria. Era un investigatore bravo come pochi: aveva collegato i fatti delittuosi degli ultimi anni inserendoli in un unico mosaico, era uno dei pochissimi poliziotti che aveva intuito come i flussi di denaro delle coppole storte avessero gli Usa come terminale intermedio, era forse il solo ad essere nelle grazie della spocchiosissima Fbi, che assieme alla Dea – un piccolo miracolo – con lui condivideva le informazioni. Soprattutto era stato il primo, solo e da molti inascoltato investigatore a capire che la mafia era un fenomeno associativo, dove cioé il tizio che custodiva la pistola aveva lo stesso vincolo organico dell’altro tizio che quella pistola l’avrebbe usata.

Le scoperte di Giuliano

Si diede nerbo sufficiente a creare un pool di segugi della sua stessa fatta, gentaccia laboriosa, svelta e piena di tigna come Paolo Moscarelli , Tonino De Luca, e Vincenzo Boncoraglio e, con loro, iniziò a scavare, scavare giù giù fin dove nessuno aveva creduto possibile, o giusto, o utile, arrivare. Scoprì le raffinerie segrete di Alcamo e scoprì che i Marsigliesi di Bergenguer non raffinavano più l’oppio dell’est perché la mafia non voleva pagare più chimici esterni, “a contratto” ma fabbricarsi la sua eroina da sola e risparmiare miliardi da reinvestire in concessioni edilizie (un certo Ciancimino già scalpitava come politico di razza alla porta di corruttele che sfociarono nel Grande Sacco di Palermo).

Scoprì che ognuno dei suoi doveva avere in capo un solo settore di criminalità da studiare, così le informazioni non si disperdevano e ognuno ne aveva solo una parte (e di lì a qualche anno il pool di Falcone, Borsellino e dei Pm molossi avrebbe portato quel metodo allo stato dell’arte). Scoprì che esisteva una mappa delle cosche divisa per quartieri e lo fece mettendo una bandierina dietro ogni omicidio, ogni fatto di sangue, un lavoro da cani che solo lui, “il maresciallo”, come lo chiamavano, poteva proporre di fare e fare lui stesso.

Alzò la sottoveste a Cosa Nostra fino a livelli che per i malommi divennero scomodi logisticamente e sconci nella loro etica criminale. Giuliano era un insulto che camminava e non doveva camminare più. Era ruvido, Giuliano, aveva un archivio segreto che non mostrava ai colleghi e ringhiava ai cronisti che gli inquinavano le crime scenes. Ma proprio su un giornalista e sulla sua scomparsa per lupara bianca diede il meglio di sé, Mario Francese.

“Intollerabile”

Il suo stesso respirare diventò intollerabile quando a Punta Raisi mise le mani sul tesoretto del boss Beppe di Cristina: mezzo milione di dollari in una valigia, i soldi di Cosa Nostra americana, dei Gambino, degli Inzerillo, degli Spatola e dei canadesi Cuntrera e Caruana ai cugini siciliani come rateo per l’eroina ricevuta con cui le loro pizzerie da “broccolini arricchiti” erano diventate delle vere centrali di spaccio. Fu troppo e allora, quaranta anni esatti fa, quei sette colpi al bar Lux.

Le cose sarebbero potute andare diversamente ma è il 21 luglio del 1979 e quando arriva il tuo giorno arriva e basta, tosto che tu sia arriva. Giuliano cadde e la mafia respirò, ma ormai il danno era fatto e la sottana di Cosa Nostra era stata alzata. Quell’omone coi baffi folti aveva preso in petto il piombo della morte ma lasciato in pancia dei malommi il veleno della vulnerabilità. Grazie a Giuliano la mafia conobbe la paura dei braccati.

Redazione CiSiamo
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