Paolo Borsellino e la sua morte “desiderata” da una certa politica

A 27 anni dall'omicidio di Paolo Borsellino emergono alcuni dati che fanno presupporre responsabilità da parte dello Stato

Paolo Borsellino
Paolo Borsellino


Cosa è, per definizione, un apparato deviato dello Stato? Senza cadere in salamelecchi tecnici, è una parte della Legge che vìola la Legge pur rimanendo all’interno della Legge, o quanto meno del suo recinto strutturale. E quel “rimanendo” significa letteralmente restandoci anche dopo la sua partecipazione attiva a fatti che dovrebbero escluderne la presenza negli apparati statali. Tutto questo per dire che la storia di’Italia, oltre che di inquietanti “Omissis”, è piena soprattutto di questo assioma che diviene frase nelle descrizioni delle nostre vicende: “Apparati deviati dello Stato”.

Una frase che attribuisce e al tempo stesso emenda da responsabilità, come a dire che gli omicidi auspicati, voluti o addirittura coallestiti da parti sghembe della Repubblica non sono in capo etico alla stessa perché rappresentano i desiderata di parti eccentriche, marce ed eversive, deviate appunto, dello Stato. Qualcosa però non quadra, come quando uno alla fine di una tragedia che ha precise attribuzioni meccaniche dice che “era destino”. E’ evidente cioé che i cosiddetti apparati deviati dello Stato, apparati operativi, nell’agire in quel modo rispondono comunque ad esigenze politiche precise. Nessuno mette in piedi un attentato se alla sua base non ci sono specifiche strategie, persone a monte con amplissima capacità decisionale che vogliono che le cose vadano in un certo modo anziché in un altro.

Le responsabilità dell’omicidio di Paolo Borsellino

Tutto questo per dire che, ad ammazzare Paolo Borsellino è stato lo Stato, la mafia c’entra come Amerigo Dumini c’entrò con il delitto Matteotti. Lui lo eseguì, Mussolini lo volle o quanto meno non fu scontento del fatto che avvenne come interpretazione estrema della sua volontà politica. La mafia era parte contraente in un accordo che prevedeva proprio come gli elementi di ostacolo al tavolo su cui calare i rispettivi assi andassero eliminati, mentre su altri si dovesse fare marcia indietro per non turbare quel clima da firma protocollare, firma fra malommi stragisti e uomini della Repubblica. Non proprio un gentleman’s agree.

Nel celebrare l’anniversario di Via D’Amelio oggi il portale Zapping è ancora più drastico: “(…) Dieci ore dopo un telecomando azionato da una stanza di un centro dei Servizi Segreti Civili, il SISDE, ubicato sul castello Utveggio, poneva fine alla vita di Paolo ma non riusciva ad ucciderlo, oggi Paolo è più vivo che mai, è vivo dentro ciascuno di noi e il suo sogno non morirà mai”. Affermazione forte ma che deve far riflettere, non foss’altro perché sempre oggi, dalle colonne del Fatto Quotidiano, il Pm Tartaglia già in forza al pool di Palermo, non proprio un mestierante complottardo insomma, afferma che “L’accelerazione della strage di Via D’Amelio è certa, bisogna chiedersi quale fu il motivo”. “La lettura che noi avevamo dato è che il giudice Paolo Borsellino potesse rappresentare un ostacolo alla prosecuzione della trattativa Stato-mafia. E la sentenza di primo grado dello stesso processo Trattativa si avvicina molto a questa tesi”.

Gli atti giudiziari

Parole se possibile ancor più forti perché ingagliardite dal contrafforto di atti giudiziari che, se non certificano la tesi, quanto meno le danno una plausibilità spaventosa. E ancora, è sempre il requirente a parlare sul FQ: “Sulla base di una serie di dati processuali possiamo dire che l’accelerazione di via D’Amelio c’è stata. Fino a pochissimo tempo prima della sua esecuzione, via d’Amelio non era nei programmi di dettaglio di Cosa Nostra, dettati da Salvatore Riina. Anche Giovanni Brusca, collaboratore ritenuto più volte credibile, dice come dopo la strage di Capaci, su indicazione di Riina, Cosa nostra fosse al lavoro su altri obiettivi. Voleva uccidere l’onorevole Mannino, poi il brusco stop. Ma non solo. Anche Cancemi, collaboratore storico oggi deceduto, parla di una riunione fatta poco tempo prima di Via d’Amelio in cui Riina preannuncia la necessità di uccidere Borsellino, dimostrando una particolare urgenza. Quando io e gli altri colleghi palermitani intercettammo Riina nelle ore di socialità, lui stesso diceva che fu ‘una cosa decisa alla giornata‘. In un’altra conversazione, sempre intercettata, dell’agosto 2013, dice: ‘Poi venne quello da me e mi disse ‘subito, subito. Ma chi fu? Bisognerebbe approfondire chi fosse l’interlocutore ignoto“.

Le differenze tra gli omicidi di Falcone e Borsellino

Da questo punto di vista, malgrado l’omologazione forzata figlia del comune martirio e di un’agiografia che non rende giustizia alla verità, l‘omicidio Borsellino si discosta moltissimo da quello Falcone. Quest’ultimo rispose ad esigenze immediate, esclusivamente di un parte, graditissime a pezzi dell’altra ma non incentivate attivamente, di bloccare un pericolo per Cosa Nostra e “mostrare i muscoli” nella più truculenta delle maniere (la maniera corleonese e viddana di Riina). L’omicidio Borsellino fu una postilla ad un contratto di cui ogni parte era consapevole, un preambolo necessario e voluto per arrivare ad un accordo che proprio dall’eliminazione del magistrato traeva polpa e creava i presupposti per mettere malommi e politica in condizione di “ragionare”.

Falcone fu una prova di froza, Borsellino fu una prova di fiducia. E’ orribile ma forse è andata davvero così e capire chi nell’equazione fossero i malommi e chi fosse “la politica” è atto difficile almeno quanto difficile è accettare che si, ad uccidere Paolo Borsellino, in un certo senso, siamo stati noi.

Redazione CiSiamo
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