Ponte Morandi, Luca Bizzarri si mette a piangere

Diventiamo una città". Il diktat è di Luca Bizzarri, ed è stato diktat fra le lacrime versate mentre, il comico genovese ha deciso di assistere all'abbattimento del Ponte Morandi.

Ponte Morandi
Ponte Morandi

“Diventiamo una città”. Il diktat è di Luca Bizzarri, ed è stato diktat fra le lacrime versate mentre, sconfessando un infantile e inevaso proposito precedente, il comico genovese ha deciso di assistere all’abbattimento del Ponte Morandi. Già, abbattimento, la demolizione è per quelli che non sono di Genova, che non hanno mai né cavalcato, né sbirciato, men che mai sistemato in petto il cavalcone che oggi è urbanisticamente morto sotto i colpi dell’esplosivo.

Ponte Morandi, Luca Bizzarri si mette a piangere

Bizzarri è “autore della raccolta di racconti ‘Quella volta sul Ponte Morandi’ e ha partecipato a diverse iniziative in favore della famiglia delle vittime e per la ricostruzione del viadotto sul Polcevera”, nonché “presidente del Palazzo Ducale della città ligure”, ci ricorda Giornalettismo. Ma Bizzarri è prima di tutto un genovese, uno di quella schiatta tignosa che mischia rupe e salsedine e ne tira fuori animi di cemento in quanto a resistenza alle sciagure che fanno morti. Cemento di certo bagnato dalle lacrime quello di Luca, cemento forse intriso dall’incuria quello del ponte, la durezza d’animo che s’incazza per la mancata durezza di una struttura che ha ucciso gente e sogni in quella lunga unghia di terra affacciata sul mare.

In un lungo post Bizzarri ha voluto lanciare un messaggio di speranza: “Ho detto non lo guardo. Che lo guardo a fare? Invece l’ho guardato, e appena è venuto giù ho cominciato a piangere. Piangere sui nostri morti, su chi è restato nella disperazione, piangere sulla nostra storia, sulla mia storia, su me e Smog che eravamo lì sopra poche ore prima, su un pezzo di me che se n’è andato, piangere a dirotto senza riuscire a fermarmi”. E poi giù ancora, a disegnare un dolore più ampio, come fanno quelli che, baciati a fortuna e talento, sentono di avere il fardello delle croci collettive, perché indicare una luce gli tocca. Perché quando è ancora tutto troppo buio fa male ma è giusto: “Basta ponte, basta piangere, basta. Chi deve ricostruire lo faccia, velocemente, chi deve trovare i colpevoli lo faccia in silenzio. Genova non è la ‘città del ponte’, da oggi non lo è più definitivamente. È una città che deve crescere, collegarsi al resto del paese, vivere, fare in modo che nessuno se ne debba andare per lavorare come accade oggi”.

Gli è scappato il pistolotto sociologico, a Luca, ma in fondo ci voleva anche quello. Quando a farsi male è Genova non è come a Napoli o a Roma, che sono città di tutti, apparentate con i cuori e i palpiti del mondo intero e amate con l’ipocrisia dei posti ecumenici di cui arriva prima la simpatia che i tormenti. Quando a farsi male è Genova solo un genovese sa quanto male fa.

Redazione CiSiamo
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