Strage di Ustica, tragedia scomoda che nessuno commemora più

Ustica quella della strage, Ustica quella delle commemorazioni ormai assenti, imbarazzanti o sottotraccia, sussurrate dai media nelle pieghe di un'informazione troppo veloce

Strage di Ustica
Strage di Ustica

“Allora sentite questa… Gua…”. Dove “Gua” sta per “Guarda” e l’oggetto da guardare era probabilmente quello che mandò al creatore chi parlava, lui ed altre 80 persone alle 20.59 del 27 giugno 1980. Lì, in alto, nei cieli di Ustica. Ustica quella della strage, Ustica quella delle commemorazioni ormai assenti, imbarazzanti o sottotraccia, sussurrate dai media nelle pieghe di un’informazione troppo veloce per ricordarsi dei morti di 39 anni fa.

Strage di Ustica

Breve compendio sul fatto: nei cieli di Ustica esplose il DC 9 della compagnia aerea Itavia numero HI870, che andava da Bologna a Palermo. L’aereo imbarcava in tutto 81 persone equipaggio incluso, a bordo c’erano 13 bambini. Morirono tutti in un botto che è ancora oggi uno dei più grandi e impuniti misteri della bizantina storia dell’Italia repubblicana.

L’aereo seguiva la ormai famigerata rotta “Ambra 13” e scomparve dai radar all’improvviso, da quegli stessi radar che, fra Ciampino, Licola e gli spazzacielo della portaerei Usa Saratoga riuscirono a perdersi tutti o quasi i “ping” del velivolo. Delle 81 vittime furono recuperate solo 38 salme, mentre i resti dell’aereo vennero recuperati a tranches e in operazioni non immuni da lacune e sabotaggi in un arco di tempo che va dal 1987 al primo quinquennio degli anni ’90.

Le indagini

Tre procure e una Commissione parlamentare di inchiesta si occuparono del caso. In piedi ci sono procedimenti giudiziari figli di faldoni giganti e perfino un segreto di Stato non ancora svincolato e reso accessibile che chiamerebbe in causa l’Olp. A tutto aggiungasi tre film, un ottimo libro master e tanta saggistica sciolta da saziare gli scaffali della biblioteca di Alessandria.

Giudiziariamente parlando su Ustica esistono principalmente due tronconi: quello penale, che con la Cassazione del 2006 ha detto che l’aereo esplose per una bomba. Quel processo, figlio di una istruttoria di 1 milione e 750 mila pagine, durò 272 udienze con oltre 4mila testimoni e 11 perizie. Da quell’aula i generali dell’Aeronautica militare italiana imputati per depistaggio uscirono assolti.

E poi c’è il filone civile, che sempre con la Cassazione a giugno 2017 condannò lo Stato a risarcire con altri 55 milioni di euro i familiari delle 81 vittime. C’è però un distinguo: nel penale a smembrare aereo e passeggeri fu una bomba, nel civile un missile. “A causa dell’operazione di intercettamento realizzata da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del Dc9 viaggiavano parallelamente a esso, di un velivolo militare nascostosi nella scia del Dc9 al fine di non essere rilevato dai radar, e quale diretta conseguenza dell’esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l’aereo nascosto”.

Cossiga, il Premier dell’epoca

E’ la famosa tesi di Cossiga che, premier all’epoca di fatti, accusò un aereo francese impegnato a dare la caccia a un velivolo che trasportava nientemeno che Gheddafi. La tesi di un caccia della Nato che puntò un Mig libico messosi nella scia del DC9 pare comunque essere quella più accreditata, ma in analisi storica, non in punto di diritto.

Le due ipotesi, bomba e missile, paiono più funzionali agli interessi delle parti convenute che alla verità storica: se fosse stata bomba a risarcire doveva essere la compagnia, se fosse stato missile di scucire sghei sarebbe toccato allo Stato. Cosa aggiungere? I testimoni con la divisa azzurra morti per suicidio o in strani incidenti aerei, il caccia libico finito sulla Sila, il serbatoio militare pescato in quelle acque e la tigna di Andrea Purgatori nel ricostruire la vicenda cozzando contro l’ormai iconico “Muro di Gomma” assieme al giudice istruttore Rosario Priore. Ecco, gli ingredienti per il grande caso irrisolto ci sono dunque tutti. Ma non è questo il punto.

“Muro di Gomma”

Il punto è che l‘Italia dimentica e lo fa secondo meccanismi sempre più sconfortanti. Da un lato, la parte istituzionale dello stivale pare aver cassato, per non dire rimosso visti i profondi imbarazzi (termine molto morbido) che la strage generò, ogni velleità di tener viva la memoria storica sul fatto.

Digitare “Strage di Ustica commemorazioni” su Google per credere. Dall’altro c’è l’Italia “degli italiani” che, definitivamente imbarbarita dalle dinamiche social dell’infotainement, applica con ottusa meticolosità la logica del chiodo scaccia chiodo. Dove una new di un mese fa aveva tenuto banco, la “nuova new” che già incombe toglie alla prima cittadinanza analitica e possibilità di sedimentare nella coscienza collettiva fino a farsene memoria. A spulciare i social oggi i post su Ustica si conterebbero nel novero delle centinaia.

Un meccanismo del genere è letalmente efficace su range temporali brevi – con il femminicidio delle 19.00 che oscura definitivamente la pedofilia di mezzogiorno – figurarsi se poi lo si applica a fatti che occhieggiano ormai al mezzo secolo. E attenzione: un fenomeno cortocircuita diligentemente l’altro, alimentando un oblio che, se l’Italia Stato alimenta, l’Italia “della ggente” digerisce e sposa con scimmiesca gioia.

La gioia assoluta di un paese votato ormai all’idiozia mediatica, che porta la più parte dei suoi abitanti a seguire capitani, capitanesse e corpi immersi nelle acque senza grip analitico, col piglio dei fan delle rockstar e degli influencers. Quel piglio scemo che ci conduce a conoscere il successo di un buon dramma ma a non saper riconoscere più il valore di una tragedia, lo sconcio di un mistero di stato e la sagoma galleggiante di Giuliana, la bimba di 11 anni che stava andando in Sicilia a far vedere la pagella al suo papà e che nei cieli di Ustica se la vide bruciare in mano. Assieme a lei.

Redazione CiSiamo
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