Vacche sacre, Bruno Bonfà chiede commissione parlamentare di inchiesta

Bruno Bonfà, imprenditore calabrese, continua a subire intimidazioni dalla 'ndrangheta. Adesso ha fatto formale richiesta perché venga istituita una commissione parlamentare.

Vacche sacre ndrangheta
Le vacche sacre della 'ndrangheta nella tenuta di Bruno Bonfà.

Bruno Bonfà, imprenditore calabrese, continua a subire intimidazioni dalla ‘ndrangheta. La sua storia l’abbiamo raccontata più volte su CiSiamo.info. I terreni della sua proprietà, sita sul territorio di Caraffa del Bianco e nel comune e di Samo, vengono costantemente danneggiati attraverso l’introduzione delle cosiddette “vacche sacre“. Gli animali vengono introdotti nella sua proprietà e rovinano il raccolto.

Adesso, abbandonato dalla istituzioni, Bruno Bonfà, visto che non è riuscito a essere ascoltato dalle forze polizia, dalla magistratura e dalla DDA di Reggio Calabria, ha fatto formale richiesta perché venga istituita una commissione parlamentare d’inchiesta, al fine di liberare l’azienda dalle presenza delle “vacche sacre”, riconoscerne la natura mafiosa e ottenere un atto di giustizia. Bonfà vorrebbe inoltre che venisse analizzata la sua situazione, in quanto ritiene che una parte delle Forze dell’Ordine siano in combutta con la ‘ndrangheta.

Bruno Bonfà chiede commissione parlamentare di inchiesta

L’imprenditore Bruno Bonfà ha chiesto la commissione parlamentare di inchiesta per una serie di ragioni. Innanzitutto, richiede un atto di giustizia in riferimento alla gestione dei sequestri di persona dell’epoca, all’assicurazione delle responsabilità dei carabinieri implicati a quella gestione unitamente alla mafia in tutte le relative correlazioni e implicazioni e poi vuole che si accerti la responsabilità di chi ha convocato la riunione tra il corpo forestale e la ‘ndrangheta a cui appartengono le “vacche sacre”.

L’imprenditore fa opposizione all’archiviazione dell’ennesimo procedimento, in quanto chiede l’assicurazione dell’accertamento delle responsabilità dell’appartenenza delle “vacche sacre”, ben nota al corpo forestale dello stato dell’epoca, alla procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, la quale continua ad archiviare invece di procedere, in quanto la DDA era a conoscenza dell’appartenenza delle vacche.

Nei confronti dei carabinieri dell’epoca, Bruno Bonfà chiede anche l’accertamento delle responsabilità di coloro che non hanno riferito al comandante dell’epoca la presenza delle “vacche sacre” a La Verde e nell’azienda di sua proprietà. Presenza negata anche se poi è stata accertata degli agenti di scorta.

Chiede inoltre che venga accertata la responsabilità di chi voleva far passare la questione come una sua fissazione, motivo per cui venivano respinte le denunce presentate a Roma. E la responsabilità di chi ha tentato di attribuire il danno a una presunta incuria e non alla presenza delle vacche sacre, appartenenti alla ‘ndrangheta, a una incuria.

Chiede, infine, che venga riconosciuta la natura mafiosa dei fatti denunciati, negata da un sostituto procuratore di Reggio Calabria, ma confermata da due pm della Repubblica di Locri e dalla Procura di Palermo per fatti estorsivi, quando nella fattispecie oltre al fatto estorsivo c’è l’aggravante mafiosa.

Richiesta d’intervento delle istituzioni

Bruno Bonfà chiede inoltre l’intervento del procuratore nazionale antimafia per il riconoscimento di mafia per tutte quelle famiglie di congiunti che sono morti trucidati in quelle circostanze, uccise con la complicità dei carabinieri e con la complicità della procura distrettuale antimafia, che non ha indagato.

Chiede infine l’intervento del Ministro dei Beni Culturali, perché la presenza delle “vacche sacre” metterebbe in pericolo un sito archeologico, riconducibile al periodo greco, scoperto dallo stesso Bonfà. Le mucche calpesterebbero infatti il suolo del sito compromettendolo inesorabilmente, e la loro natura mafiosa continua a essere negata dalla Procura Antimafia di Reggio Calabria.

Redazione CiSiamo
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