Omicidio Lea Garofalo, parla il killer: “Sono morto dieci anni fa con lei”

A dieci anni dal l'omicidio parla Vito Cosco, il killer della testimone di giustizia Lea Garofalo uccisa nel novembre 2009

omicidio Lea Garofalo
Omicidio Lea Garofalo, dopo dieci anni le parole di pentimento del killer Vito Cosco

Omicidio Lea Garofalo, parla per la prima volta il killer Vito Cosco. Una confessione che, come spiega Il Giorno arriva dieci anni dopo l’omicidio della donna. Non ho  giustificazioni per quello che ho fatto: se esiste un aldilà ho bisogno che la vittima continui a disprezzarmi per non aver fatto nulla per fermare quella follia”, scrive Cosco dal carcere di Opera, nel milanese, dove sta scontando l’ergastolo.

Omicidio Lea Garofalo, dieci anni fa

Lea Garofalo aveva 36 anni quando è stata sequestrata e uccisa a Milano, nel novembre del 2009. Era calabrese, una testimone di giustizia. Dopo l’uccisione il suo cadavere è stato distrutto proprio da Cosco, insieme con il fratello Carlo, che era il compagno di Lea Garofalo. All’omicidio parteciparono anche Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venturino. Una punizione, quella per Lea, per essersi ribellata alla ‘ndrangheta e aver portato lontano dal compagno la figlia Denise.

Il pentimento di Vito Cosco

Queste, dopo 10 anni, sono le prime vere parole di pentimento di Vito Cosco. Che scrive: “La verità è che io sono morto poco meno di dieci anni fa, insieme alla vittima, ma ancora non lo sapevo. Adesso lo so e sono pronto ad accettare qualunque cosa il destino mi riservi”.

Il lavoro con il “Gruppo della Trasgressione”

Una confessione che forse è legata al lavoro di Vito Cosco con il “Gruppo della trasgressione”, creato dallo psicologo Angelo Aparo per aiutare i detenuti attraverso “l’auto-percezione delle proprie responsabilità”, spiega Il Giorno. Tuttavia, Cosco continua a negare di avere avuto parte nella trappola tesa a Lea Garofalo quel novembre 2009. Sostiene invece di aver solo aiutato il fratello Carlo a nascondere il cadavere della donna.

Il parere della Cassazione

Infatti, di Carlo Cosco Vito scrive: “Ho un fratello più piccolo di me che commise un grave delitto e, a cose già fatte, coinvolse anche me. Mi chiedo come ho potuto oltraggiare un corpo ormai senza vita. Forse è ancora presto per chiedere perdono”. Su questa versione però i giudici non sono d’accordo. La Corte di Cassazione infatti ha stabilito che Vito Cosco non è estraneo all’omicidio, ma anzi, “rappresenta l’alter ego del fratello Carlo, con cui ha condiviso molte scelte”. Per la Cassazione, i due furono gli esecutori materiali dell’omicidio.

“I miei valori sono cambiati”

“Si può vivere una vita intera e giungere alla fine senza quasi avere rimpianti oppure, come nel mio caso, la fine del nostro ciclo vitale arriva a tutta velocità come una locomotiva impazzita che travolge tutto”. Queste le parole di Cosco dal carcere. “I miei valori sono cambiati, vorrei che ci fosse un grosso pulsante rosso da poter pigiare e, all’improvviso, il mondo che va all’indietro fino a quel maledetto momento quando avrei potuto capire, rifiutarmi e, forse, comprendere quello che stava accadendo e fermarlo”.

Redazione CiSiamo
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