DiasarmiAmo Napoli, Don Aniello Manganiello: “La camorra se ne frega delle manifestazioni”

Secondo l'ex parroco di Scampia c'è bisogno che i cittadini denuncino, invece di manifestare. Ma soprattutto c'è bisogno che lo Stato metta le persone in condizione di poter denunciare.

Don Aniello Manganiello
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DiasarmiAmo Napoli, Don Aniello Manganiello: "La camorra se ne frega delle manifestazioni"
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Fra tante stupidaggini che ho letto su Facebook in seguito all’agguato di camorra avvenuto in piazza Nazionale a Napoli, in cui è rimasta tragicamente ferita una bambina di appena 3 anni, mi ha colpito il post di Don Aniello Manganiello, già parroco di Scampia e fondatore dell’Associazione Ultimi, che si è concentrato soprattutto sull’utilità della manifestazione DisarmiAmo Napoli.

Don Aniello, perché pensi che la camorra non se ne frega delle manifestazioni?

«Ho deciso di scrivere su Facebook che le manifestazioni non servono a niente. La camorra non se ne fa niente di questi episodi: i cittadini devono denunciare ciò che accade. Il controllo del territorio è in barba a tutto: alle leggi, alle regole, agli amministratori e anche alla magistratura. Il cittadino, però, deve essere supportato anche dalle istituzioni e dallo Stato per poter denunciare.

Ho fatto il parroco per 16 anni a Scampia: ho denunciato più volte le prepotenze dei camorristi. La gente spesso non denuncia perché non si sente tutelata. La giustizia dovrebbe essere più celere ed efficace. Se a ogni tornata elettorale nei comuni troviamo una persona appartenente agli ambienti malavitosi, vuol dire che qualche problema c’è. Si permettono di costruire manufatti senza che la giustizia distrugga questi elementi abusivi. Ed è normale che i cittadini siano codardi, e anche in alcuni casi contigui. C’è bisogno di cambiare ora, altrimenti Napoli non si riprenderà».

Il tuo libro si intitola “Gesù è più forte della camorra”. E lo Stato?

«Nel concreto, nel reale, a mio avviso la presenza dello Stato non esiste. Molti hanno il timore delle possibili vendette. Un giovane ha tentato di ribellarsi a chi gli chiedeva di pagare il pizzo. Ma se la giustizia non dà risposte immediatamente come si fa? Lo Stato deve incoraggiare a denunciare. Bisognerebbe incentivare le attività produttive e anche quelle lavorative.

La birra Peroni, ad esempio, perché è andata via da Miano? Perché il clan dei Lo Russo l’ha condizionata. La camorra porta miseria, genera fame e questo non va bene. Sempre i Lo Russo imponevano l’assunzione di loro personale in una villa a lunga degenza. Questa, successivamente, si è trovata a gestire un numero di dipendenti eccessivo rispetto a quanto necessario. La conseguenza è stata la chiusura di Villa Russo».

Come accogli, invece, le parole di Antonio Piccirillo?

«Quello è un gesto che ho apprezzato: mi auguro che sia contagioso anche per i figli degli altri camorristi. Nel libro che hai citato prima racconto storie di conversione e di tante persone che, dopo il carcere, hanno dato il via a una nuova vita. Gli irrecuperabili non esistono, chiunque può cambiare e dare vita a un percorso ex novo. Non è la violenza che può cambiare lo stato delle cose, ma serve la legge, il diritto e i suoi rappresentanti che gestiscono la cosa pubblica. Ci vorrebbe anche a Napoli un cambio di mentalità: tutti dovrebbero sentirsi operativi».

Quanto durerà questa volta l’attenzione su Napoli?

«Ho assistito nel tempo a diverse di queste situazioni: ci sono i proclami delle forze dell’ordine e dei politici ma poi, alla fine, non cambia nulla con il passare del tempo. Vi è quiescenza e silenzio che, dopo un po’, rendono normali anche le cose impossibili. Non si può accettare e sopportare uno stato di cose così. La camorra continua a fare i propri interessi.

A Napoli continuano a chiudere macellerie e altri negozi, ma continuano ad aprire, con forte intensità, le sale slot ei centri scommesse. L’80% di queste provengono dalle attività della criminalità organizzata: queste cose mi fanno male, soprattutto perché non vedo uno Stato che prende il polso della situazione. La gente si aspetta dei gesti forti per non sentirsi scoraggiato. Non è possibile che questi continuano a fare quello che vogliono».

L’intervista radiofonica a Don Aniello Manganiello:

Ne parliamo in pausa pranzo – Puntata del 6.5.19

Redazione CiSiamo
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