Corruzione a Vibo Valentia, aveva ragione il testimone di giustizia Pietro Di Costa

Dopo 8 anni, finalmente il Tribunale di Vibo Valentia ha dato ragione al testimone di giustizia Pietro Di Costa. «Attendo - ha dichiarato a CiSiamo.info - che ora vengano riconosciute le responsabilità dei funzionari della Questura di Vibo Valentia».

Pietro Di Costa
Il testimone di giustizia Pietro Di Costa.

Aveva ragione il testimone di giustizia Pietro Di Costa. E, dopo 8 anni, la ragione gli è stata riconosciuta. Il Tribunale di Vibo Valentia ha condannato quattro persone risultate coinvolte in un’inchiesta che scattò nel novembre 2013. La questione riguarda, nello specifico, le forti pressioni della criminalità organizzata sugli istituti di vigilanza della provincia.

La lettura della sentenza ha decretato la condanna a 8 anni di reclusione per Michele Purita (52 anni di Cessaniti), contro i 9 richiesti dal Pm, 6 anni a Paolo Potenzoni (43 anni di San Costantino Calabro), rispetto ai 9 richiesti, e 8 anni per Carmelo Barba (37 anni di Vibo Valentia). Ai tre bisogna aggiungere Stefano Mercatante, poliziotto 58enne in servizio alla Questura di Vibo Valentia, condannato a 3 anni e 10 mesi. Un capo di imputazione, nel caso di Purita, è entrato in prescrizione e non è stato quindi sommato alla pena definitiva.

Potenzoni, Purita e Barba sono stati interdetti dai pubblici uffici in perpetuo durante il periodo di pena e dovranno risarcire la parte civile Pietro Di Costa, il testimone di giustizia. Mercatante è stato interdetto per cinque anni. Per gli imputati, inoltre, è previsto il pagamento delle spese processuali. Rigettate, invece, le domande civili proposte da Anna Maria e Agostina Pia, entrambe della famiglia Di Costa, oltre che quella di Elena Gheorghe. Sono stati condannati a una immediata provvisionale, in favore di Pietro Costa, Potenzoni (100mila euro) e Purita e Barba (50mila ciascuno).

Purita e Barba sono stati accusati di minacce, tentata estorsione e illecita concorrenza ai danni dell’imprenditore, ora testimone di giustizia, Pietro Di Costa. L’uomo, titolare di un istituto di vigilanza a Tropea, avrebbe minato la concorrenza, sul lavoro dei vigilanti, con l’istituto di Purita. Per quest’ultimo, e anche per Barba, è emersa l’aggravante della modalità mafiosa vista la possibile vicinanza con alcuni esponenti del clan Lo Bianco e Barba operanti nella provincia di Vibo Valentia.

Di Costa sarebbe stato costretto ad astenersi nel lavorare in concomitanza con la concorrenza gestita da Purita mentre quest’ultimo secondo l’accusa, invece, avrebbe pagato Mercadante per omettere alcuni controlli sul proprio istituto di vigilanza.

Il commento di Pietro Di Costa

Pietro Di Costa, che di recente ci aveva rilasciato una lunga intervista, ha dichiarato a CiSiamo.infi: «Dopo 8 anni sono arrivate le condanne. Attendo che vengano riconosciute le responsabilità dei funzionari della Questura di Vibo Valentia. Non è possibile che abbia fatto tutto da solo il poliziotto Stefano Mercatante. Sicuramente avrà avuto l’avallo di qualcuno dei suoi superiori. Non vorrei che gli sia stata imputata la responsabilità soltanto perché qualcuno ha voluto proteggere i suoi capi».

Redazione CiSiamo
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