Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, a 25 anni dall’omicidio ancora nessun colpevole

A 25 anni dalla loro morte in Somalia, le indagini sono ancora arenate, e l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è senza un colpevole

A 25 anni dalla loro morte in Somalia, le indagini sono ancora arenate

Il 20 marzo del 1994 qualcuno sparò in testa a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, giornalista e cameraman Rai impegnati a raccontare le brutture della guerra in Somalia e la bruttezza delle connivenze che aveva generato. Vennero ammazzati a Mogadiscio, davanti all’hotel Manama. Fra duplice omicidio e mistero senza colpevoli sono passati 25 anni e l’ultima speranza di verità è legata alle decisione che questa estate prenderà un Gip fiorentino, Andrea Fanelli, in merito ad una intercettazione che chiama in causa mani italiane, mani sporche del sangue di Ilaria e Miran.

Le indagini di Ilaria Alpi

La Alpi in Somalia si era data subito da fare: aveva pucciato nel traffico di armi fra i signori della guerra ed elementi corrotti dell’establishment tricolore, aveva indagato sul traffico di rifiuti che raggiungevano il Corno d’Africa prima che gli imprenditori europei ed italiani scoprissero il “chilometro zero” della Terra dei Fuochi, aveva indagato sulle violenze in danno dei civili e sui silenzi di un governo che, in quanto a “camurrie” sugli aiuti, aveva optato per l’inazione, chiedendo ai servizi di monitorare il fenomeno ma senza fornirgli strumenti operativi per stroncarlo.

Hashi assolto

Insomma, dal signore della guerra Aidid fino al “colpevole fantoccio Omar Hashi”, di moventi e persone capaci e motivate ad uccidere Ilaria Alpi ce n’erano davvero tante, non tutte di pelle scura, parrebbe. Hashi, accusato del duplice delitto da un super teste, venne assolto. Il teste chiave in questione, Ali Rage “Jelle”, venne tanato da Chi l’ha Visto nel Regno Unito e ammise che qualcuno gli aveva promesso soldi per accusare Hashi, di cui non sapeva assolutamente nulla in merito al delitto Alpi-Hrovatin.

I depistaggi

Tra l’altro l’uomo si lamentò anche del fatto di non aver visto una lira di quanto promessogli. Ma da chi? “Dagli italiani”, disse Gelle che non specificò altro. Per inciso Hashi, prima di essere scagionato da ogni addebito si fece 17 anni di carcere. Solo nel 2015 lo scoop della trasmissione Rai gli rese giustizia etica che sfociò in giustizia procedurale. I depistaggi hanno poi fatto il resto, rendendo la ricerca della verità giudiziaria sul mistero non solo difficoltosa ed ansimante, ma conducendo a piste che via via, proprio in virtù di quei paletti occulti ma onnipresenti, non portavano a nulla.

I notes di Ilaria

La tratta marittima che a Mogadiscio e a Bosao consegnava anche tramite flotte messe a disposizione da Roma armi leggere da distribuire alle fazioni e immense cave dove far scomparire i rifiuti di mezza Europa paiono i puntelli più credibili per il prosieguo di quella immane ricerca. I notes di Ilaria, o almeno quello fra essi che non era misteriosamente scomparso, citava “1.400 miliardi di lire in aiuti scomparsi” a fonte di lavori ed opere che la giornalista aveva de visu constatato essere al palo.

Indagini arenate

Ma tutto si arena nel momento in cui si arriva ad un livello che, per semplice fisiologia logica che non basta però come grimaldello procedurale, rimanda ai comparaggi certissimi fra elementi italiani e camarille somale. Neanche le famose relazioni della Cia su quel traffico e un super teste che fin dal ’97 collegò le due morti ai traffici di armi erano serviti: le prime sono scomparse da ogni carteggio nella loro parte fruibile da governi terzi e il secondo era una fonte primaria del Sisde e i nomi e cognomi che fece erano stati secretati. Forse in estate quel gip intimerà l’apertura di quegli omissis. Due morti, la sola categoria dei giornalisti a lottare dopo la scomparsa dei genitori di Ilaria e un cosiddetto mistero che, nella sua banalità, resiste da un quarto di secolo nella fornitissima dispensa dove le brutture d’Italia si coprono di muffa.

Redazione CiSiamo
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