Vincenzo Paratore: “Così ho fatto il falso pentito”

Vincenzo Paratore è un collaboratore di giustizia dei primi anni '90 che racconta a CiSiamo.info come si è ritrovato a dover rilasciare testimonianze pilotate da alcuni magistrati, accusati poi di aver favorito Cosa Nostra.

Collaboratori di giustizia
Collaboratori di giustizia

È passata nel più totale silenzio, soprattutto della stampa, l’espulsione della Magistratura – avvenuta alla fine dello scorso anno – di Giovanni Lembo, già Sostituto Procuratore a Messina e poi alla Direzione Nazionale Antimafia. Un’espulsione avvenuta dopo 18 anni dalla sua sospensione per il sospetto di aver favorito alcune organizzazioni criminali facenti capo a Cosa Nostra e addirittura pilotato le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, perfino contro l’avvocato difensore di uno di loro.

A metà degli anni ’90, infatti, l’avvocato Ugo Colonna difendeva il collaboratore di giustizia Vincenzo Paratore nel processo alla mafia messinese, passato alla storia con il nome di “Processo Peloritana”. Tuttavia l’avvocato Colonna non ci ha messo molto a capire che qualcosa non andava nelle dichiarazioni di Paratore e lo ha segnalato al Consiglio Superiore della Magistratura.

Da lì è cominciata una delle pagine più tristi della storia giudiziaria italiana: una pagina letta da pochi e che noi abbiamo deciso di farci raccontare direttamente da uno dei protagonisti.

La testimonianza di Vincenzo Paratore

Chi è Vincenzo Paratore?

Vincenzo Paratore

Vincenzo Paratore ha iniziato da giovanissimo la sua carriera criminale: «Dapprima facevo furtarelli, poi sono passato alle rapine in banca, negli uffici postali e nelle gioiellerie, soprattutto a Milano ai tempi di Vallanzasca».

In seguito a una di queste rapine, nell’ottobre del 1979 venne arrestato e, come purtroppo molto spesso accade, entrò in carcere da rapinatore e uscì (per meglio dire evase), nel 1983, da mafioso.
«In carcere mi sono affiliato al clan di Gaetano Costa, che all’epoca si divideva Messina in contrasto con il clan di Placido Cariolo».

«Dopo pochi mesi – racconta – vengo, però, rintracciato e arrestato per evasione, ma nel 1986 vengo scarcerato per decorrenza dei termini». A quel punto, cominciò la sua carriera all’interno dell’organizzazione criminale, macchiandosi anche di gravi reati di sangue.

Una carriera che, però, durò soltanto un paio di anni, perché ormai le Forze dell’Ordine lo tenevano d’occhio, lo controllavano. E, infatti, nel 1988 venne nuovamente arrestato. «Anche questa volta, però, – chiarisce – l’accusa non è associazione mafiosa e ancora nessun reato di sangue mi viene imputato».

La scelta di collaborare

Dopo 5 anni di detenzione, nel 1993, Paratore decise di collaborare con la giustizia. «A mia moglie – racconta – era stato diagnosticato un tumore all’utero e volevo potermi prendere cura dei miei figli. Lo comunico al dottor Ferdinando Licata della Procura di Messina, ma subito gli subentra il magistrato Giovanni Lembo, della Direzione Nazionale Antimafia, per gestire le mie dichiarazioni».

«Durante il nostro primo incontro, – continua – gli chiarisco subito che la mia scelta di collaborare derivava dalla volontà di poter uscire dal carcere per curare mia moglie. Pertanto, se non mi avessero garantito la scarcerazione, io non avrei più collaborato».

La testimonianza di Paratore era, però, molto importante per la Magistratura, perché in quel periodo, a Messina, erano in corso le indagini preliminari per il processo soprannominato “Peloritana 1”. Un processo che partiva dalle dichiarazioni dei pentiti Umberto Santa Caterina e Mario Marchese.

Il rapporto con Giovanni Lembo

Giovanni Lembo

«Man mano che la Procura portava avanti gli accertamenti sulle dichiarazioni dei pentiti Santa Caterina e Marchese, – racconta – il dottor Lembo iniziò a chiedermi conferma su quanto loro stavano rivelando, in modo da rafforzare l’impianto accusatorio del processo».

«Io, però, alcune cose le sapevo in maniera differente. – rivela Paratore – In quelle dichiarazioni, infatti, non erano presenti i nomi di molti avvocati, magistrati, costruttori, commercianti e altri insospettabili che, invece, io sapevo essere contigui al clan».

«Tuttavia – aggiunge – mi fu fatto capire che sarebbe stato meglio, soprattutto per me e per la mia volontà di essere scarcerato, se avessi confermato quanto sostenevano gli altri collaboratori di giustizia».

Costretto a fare il “falso pentito”

«Così – spiega Paratore – è iniziato il mio percorso come falso pentito. Un percorso che è durato 6 anni, durante i quali ho perfino dovuto firmare relazione già scritte, ho dovuto confermare accuse e tacerne altre».

«In cambio – ammette Paratore – ho ottenuto qualsiasi cosa volessi: soldi, località protette che ritenevo comode, possibilità di cambiare provincia anche se ero in detenzione domiciliare e molti alti vantaggi. Fondamentalmente mi proteggevano perché gli facevo comodo per testimoniare quello che voleva il dottor Lembo ai processi».

In effetti dal provvedimento di espulsione del CSM si evince che Lembo esercitava pressioni sugli organi preposti alla gestione e alla protezione dei collaboratori di giustizia affinché venissero favoriti quelli che gli ruotavano intorno e talvolta ha anche chiuso entrambi gli occhi d’innanzi a palesi violazioni del programma di protezione da parte dei protetti.

L’arrivo dell’avvocato Ugo Colonna

Ugo Colonna

«Il dottor Giovanni Lembo – racconta – mi assegnò l’avvocato Ugo Colonna come difensore, che all’epoca era ancora giovane e alle prime armi in processi di mafia e nella difesa dei collaboratori di giustizia».

«Nonostante fosse giovane, – continua Paratore – dopo qualche mese l’avvocato Colonna iniziò a capire che qualcosa non andava nelle mie dichiarazioni e in quelle di altri collaboratori di giustizia. Così iniziò a segnalarlo al Consiglio Superiore della Magistratura».

A quel punto il ruolo di Paratore diventò ancora più importante per Lembo: era infatti necessario per screditare il suo stesso avvocato: «Lembo mi propone di registrare una conversazione, che io non avrei dovuto sapere fosse registrata, in cui, confidandomi con lui, raccontavo che Colonna mi istigava contro la Magistratura. In questo modo si sarebbe messo al riparo da eventuali accuse derivanti dagli esposti di Colonna».

Le indagini della Procura di Catania

Grazie alle segnalazioni di Colonna, però, qualcosa comincia a muoversi e nascono i primi sospetti sull’operato di Lembo.

«Nel 1999 vengo convocato a Roma dai magistrati Mario Amato e Antonio Cariolo della DDA di Catania per raccontare loro come si fosse svolta la mia collaborazione, perché avevano cominciato a capire che ci fosse qualcosa di poco chiaro. In quell’occasione, però, continuai a fare il falso pentito e a proteggere Lembo, anche se questo voleva dire accusare Colonna».

Cambia il programma di protezione

«Intanto, però, – spiega Vincenzo Paratore – inizio ad accorgermi che né io né la mia famiglia veniamo più trattati e tutelati come lo eravamo prima. Probabilmente Giovanni Lembo, con le indagini in corso a Catania, non aveva più le mani libere come prima».

«Ma soprattutto – continua – una mattina incontro vicino casa mia Gaetano Costa, il fratello di quello che era stato il capo bastone di Messina e che, poi, io stesso avevo fatto ammazzare dieci anni prima. Mi è allora venuto il sospetto di essere diventato troppo scomodo, perché, se avessi deciso di parlare, sarebbero cadute molte teste».

La nuova verità di Vincenzo Paratore

«Decido, allora, di prevenire e ricontatto il dottor Mario Amato della Procura di Catania per dirgli che ho le prove di quello che cercava». Fu allora che Vincenzo Paratore diventò quindi, finalmente, un vero collaboratore di giustizia.

«Pur non sapendo che lui fosse già in possesso di quella registrazione, ho raccontato al dottor Amato che c’era una registrazione, di cui io non avrei dovuto essere a conoscenza, in cui accusavo l’avvocato Ugo Colonna di istigarmi contro la Magistratura. Il fatto stesso che io sapessi di quella registrazione era una prova della colpevolezza di Lembo».


«Inoltre avevo le fotocopie di alcuni atti che avrebbero dovuto essere secretati, ma che mi erano stati dati da Lembo affinché potessi studiare la versione dei fatti da ripetere in Tribunale».

Le conferme degli altri collaboratori di giustizia

«Dopo che io ho iniziato a raccontare la verità su Lembo, anche altri pentiti (Mario Marchese, Giorgianni Salvatore, Guido La Torre) hanno confermato che venivano pilotati da Lembo. È nato così il cosiddetto “Caso Messina”». Lembo venne arrestato e processato, ma il processo finì con la prescrizione.

Il programma di protezione

Vincenzo Paratore non è, però, più – come è giusto che sia – nelle grazie di nessuno. «È cambiato il modo con cui venivo trattato dal Servizio Centrale di Protezione. Se prima qualsiasi cosa chiedessi mi veniva data, dopo non è stato più così. Infatti, tramite il mio nuovo avvocato, ho deciso di uscire dal programma di protezione, anche perché non mi sentivo più al sicuro. Addirittura venni a sapere che fra i Carabinieri che mi dovevano proteggere c’era il figlio del maresciallo Cannemolla che io accusavo di essere colluso con il clan di Giuseppe Leo».

Un rapporto controverso con la Magistratura

Da lì comincia un rapporto piuttosto controverso fra Vincenzo Paratore e la magistratura. Nel 2010, infatti, il tabacchi che gestiva con le sue nuove generalità (Vincenzo Paratore aveva ottenuto il cambio delle generalità definitivo, che da anni non veniva più dato ai collaboratori di giustizia) si incendia per un corto circuito. Paratore viene, però, sospettato di aver appiccato volontariamente quell’incendio e quindi indagato.

«Dal processo – racconta – sono stato assolto perché il fatto non sussiste, ma nella requisitoria e poi nella sentenza, pur senza citare il mio vero nome, viene riferito pubblicamente che in realtà sono stato un mafioso e, successivamente, un collaboratore di giustizia». La notizia fu così resa nota che la reale identità di Paratore finì pure sui giornali locali: l’uomo che gestiva quel tabacchi e che è stato assolto dall’accusa di averlo incendiato, era in realtà un collaboratore di giustizia. «A quel punto – continua – la mia segretezza non era più garantita, eppure mai nessuno ha ritenuto di dovermi spostare di città, di darmi nuove generalità, nulla».

Tuttora Paratore è in attesa di processo per il furto di una bicicletta e per danneggiamenti nei confronti di un’auto e, per queste imputazioni, è sottoposto a sorveglianza speciale. Inoltre la scorsa estate è di nuovo venuta fuori la sua vera identità sulla stampa locale a causa di una multa ricevuta per l’accumulo di ferro vecchio.

«Mi auguro – conclude Vincenzo Paratore – che i miei successivi problemi con la Magistratura non abbiano nulla a che vedere con le accuse che ho rivolto alla Magistratura, ma sarà soltanto la storia a rivelarlo».

Redazione CiSiamo
La Redazione di CiSiamo.info è pronta a parlarvi di attualità, cronaca, politica, spettacolo, sport, cultura, cercando sempre di portare alla vostra attenzione i fatti più interessanti e più rilevanti che la contemporaneità ci mette davanti. Siamo pronti a far scorrere le dita sulle nostre tastiere. Noi Ci Siamo, e voi? Seguiteci sui social.