Caso Pecorelli: la verità in una perizia balistica

Riaperto il caso Pecorelli, con la Digos che dovrà effettuare le analisi sulla famosa pistola indicata come arma del delitto ma mai sottoposta ad analisi incrociate.

Riaperto il caso Pecorelli
Omicidio Pecorelli

Riaperto il caso Pecorelli, con la Digos che dovrà effettuare le analisi sulla famosa pistola indicata come arma del delitto ma mai sottoposta ad analisi incrociate con il munizionamento nei lunghi anni di vita giudiziaria del caso scaturito dall’omicidio del giornalista direttore di OP, ucciso a Roma il 20 marzo del 1979 da mandanti ed esecutori ancora sconosciuti.

Istanza depositata dall’avvocato Valter Biscotti

Da un punto di vista procedurale la riapertura delle indagini sull’omicidio di Carmine “Mino” Pecorelli è figlia di una istanza depositata dall’avvocato Valter Biscotti, legale della sorella della vittima, che ha chiesto una perizia balistica su uno stock di armi sequestrate nel 1995 a Mimmo Magnetta, per lungo tempo organico ad Avanguardia Nazionale.

Per uno di quei paradossi giudiziari che da sempre costellano i misteri d’Italia, la Beretta 7,65 che fa parte di quella partita non è mai stata comparata con i famosi 4 proiettili che contenevano “l’abbacchio di Pecorelli”, secondo una truce ricostruzione estrapolata dalle dichiarazioni di Antonio Mancini “Accattone”, il pentito della banda della Magliana contiguo agli ambienti dove sarebbe maturato l’omicidio dello scomodo e controverso giornalista di inchiesta; in pratica quei 4 proiettili, della rarissima marca francese Jevelot, erano quelli usati per l’omicidio.

Un richiamo alla relazione del giudice istruttore Vinciguerra fatta dall’ex terrorista nel ’92 è in stralcio dell’istanza presentata in queste ore per la riapertura del caso.

Momenti più bui della storia repubblicana

Pecorelli era stato autore di scoop inqietantemente in sincrono con i momenti più bui della storia repubblicana, dall’agguato di Via Fani alla massoneria in Vaticano dopo la morte di Papa Luciani.

Venne ucciso subito prima che andasse in stampa un numero di OP (Osservatorio Politico) che prometteva faville, secondo il trend sensazionalista di una rivista che al giornalista aveva procacciato nemici a bizzeffe.

Tutti gli assegni del Presidente

Il titolo era “Tutti gli assegni del Presidente”, dove il presidente era Giulio Andreotti e gli assegni erano quelli che (presuntivamente) Il “Divo” aveva consegnato all’imprenditore Nino Rovelli nel clima oscuro della Roma il cui tribunale veniva allora definito “Il porto delle nebbie”, con giudici indagati (Claudio Vitalone, poi politico di lungo corso nella Dc andreottiana di Evangelista e Sbardella) e intrecci fra la P2 ed i servizi, in particolare in Sid, di cui Pecorelli venne sospettato per lungo tempo di essere un contractor.

Andreotti e il boss mafioso Badalamenti vennero indagati e assolti nel 2003, con una sentenza della Cassazione che annullò le condanne della corte di Appello di Perugia a 24 anni per entrambi, mentre un anno prima erano usciti di scena Massimo Carminati e Michelangelo la Barbera, indicati come esecutori materiali del delitto ma senza prove che supportassero adeguatamente la linea della Procura. Oggi, a poche ore dalle celebrazioni a Bruxelles per la nascita di Giulio Andreotti, uno dei casi più inquietanti che lo videro coinvolto riprende vigore giudiziario.

Redazione CiSiamo
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