Truffa del nichel: il caso non riguarda solo Roma

Dopo la vicenda della presunta "truffa del nichel" ai danni del Comune di Roma abbiamo voluto capire da dove è partito tutto.

Nichel wire
Un approfondimento sulla vicenda del nichel wire di Roma

Qualche giorno fa è esploso il caso della “truffa del nichel di Roma”. Un caso che è rimbalzato sulle pagine dei quotidiani, e che presenta lati non del tutto chiari. Riassumiamo: il Comune di Roma acquisisce nel 2011 come garanzia di un credito una partita di nichel wire di quasi 200 km, del valore di 55 milioni di euro. Salvo poi scoprire che, in realtà, il nichel non vale 55 milioni ma solo 40mila euro. Una somma considerevole, ma non certo quanto quella su cui il Comune aveva fatto affidamento.

Ma a noi certi conti non tornavano. Il nichel di Roma era certificato dalla SGS, un ente leader nel settore. Come poteva valere così poco, nonostante fosse stato garantito? Da cosa è determinato il valore del nichel? La truffa c’è stata davvero, dunque?

Allora abbiamo deciso di andare un po’ più a fondo della questione, per capire.

Nichel come pegno aggiuntivo

Innanzitutto bisogna chiarire un fatto: il nichel è stato dato in pegno aggiuntivo, e non sostitutivo del credito. Questo vuol dire che il valore del nichel, qualunque esso sia, va ad aggiungersi alla somma che il Comune deve incassare, ma non la sostituisce.

Come è venuta alla luce la vicenda del nichel di Roma

Ma ora veniamo ai fatti. Com’è che, a otto anni dall’acquisizione del nichel, ci si è fatti qualche domanda sul suo valore, dopo averlo dato per scontato tutto quel tempo? Il motivo è da ricercare qualche centinaio di chilometri più a nord di Roma, nella zona di Vicenza.

Il processo a Vicenza

Qui, a partire dal 2016, sono in ballo questioni che riguardano il nichel wire e Giovanni Calabrò, il finanziere che nel 2011 diede al Comune di Roma il rocchetto di nichel. Il nichel di Roma è stato chiamato in causa durante le indagini per una presunta truffa ai danni dell’imprenditore Rino Dalle Rive e della sua azienda, la Safond-Martini S.r.l. Truffa, stando alle accuse della Safond, architettata proprio da Giovanni Calabrò e Riccardo Sindoca, che avrebbero, con ruoli differenti, truffato la Safond rifilandole una partita di nichel wire da 20mila euro facendola pagare 14 milioni di euro. Il nichel di Roma sarebbe dovuto essere la cartina al tornasole per stabilire se il valore del nichel della Safond era realmente minore rispetto a quello pattuito, visto che si trattava di un asset venduto dalla stessa persona.

La vicenda

Facciamo un passo indietro. Calabrò ha venduto il nichel alla Safond nel dicembre 2014, ma come è finito Sindoca tra gli indagati? Presto detto. Nel giugno del 2016, quindi ben due anni dopo la compravendita del materiale, Sindoca viene contattato dallo stesso Rino Dalle Rive, proprietario della Safond, perché recuperi in Svizzera il nichel di cui Dalle Rive non aveva ancora il possesso materiale. Dopo i dovuti accertamenti, tra i quali la verifica della certificazione SGS, Sindoca accetta il mandato, e stipula un contratto con Dalle Rive, che gli garantisce, tra l’altro, il 20% del valore del nichel se l’operazione fosse andata a buon fine. L’operazione viene effettuata a luglio 2016, Sindoca riesce a recuperare il nichel in una cassetta di sicurezza a Massagno, e lì vengono apposti i sigilli della SGS alla valigetta che lo contiene. Da allora, quella valigetta non è più stata aperta. Nemmeno per la perizia per accertare il valore dell’asset.

Il concordato preventivo

La vicenda è assai complessa. Perché intanto la Safond-Martini è andata in concordato preventivo. O meglio, va in concordato preventivo subito dopo aver sporto denuncia nei confronti di Calabrò e Sindoca, accusato di pretendere il pagamento per qualcosa che – sostiene Safond – vale zero. Già, perché in concordato preventivo il valore del nichel wire viene messo a zero, azzerando anche la commissione di Sindoca. Così, nell’agosto 2018, nell’ordine di accertare il valore del nichel per stabilire se Calabrò fosse davvero reo di aver truffato la Safond-Martini, viene disposta una perizia.

La perizia che porta alla luce anche la questione di Roma

La perizia effettuata sul nichel della Safond avrebbe quindi fatto venire sospetti anche su quello di Roma, che di per sé aveva già avuto qualche problema, essendo stato messo all’asta per ben sei volte e mai venduto. Ecco che i sospetti prendono corpo, e scoppia il “caso nichel“.

Il valore del nichel

Ma chiariamo una cosa. Come già ricordato prima, qualunque sia il reale valore del nichel, il Comune di Roma non è stato truffato: quella somma è da aggiungere a quella del credito. Tuttavia, sembra che il Campidoglio non possa lamentarsi nemmeno del valore dell’asset. Infatti, il valore del filo di nichel è stabilito innanzitutto dalla purezza del materiale, che in questo caso, come in quello di Vicenza, è del 99,98%, e dal tipo di lavorazione, che in questo caso ottiene un filo sottilissimo.

Il valore in base alle oscillazioni del mercato

Anche le oscillazioni del mercato influiscono, ma non certo facendo crollare il valore da svariati milioni a qualche migliaia di euro. Questo sarebbe possibile solamente se si dimostrasse che la purezza del materiale non è quella dichiarata, e che in entrambi i casi è certificata dalla SGS. Una certificazione che non è certo carta straccia. Il reale valore dunque potrebbe essere accertato solamente attraverso un’analisi chimica condotta da un perito competente.

Il problema della perizia

La denuncia a carico di Calabrò e Sindoca si basa su una “Relazione tecnica” di una società di consulenza, la quale fa una valutazione – che verrà poi ripresa anche nella seconda perizia – basata non sulla purezza e la lavorazione del materiale, ma sulla vendibilità del materiale, che sarebbe quasi nulla.

La certificazione SGS

Però, la certificazione SGS sul valore del nichel si basa sul catalogo Alfa Aesar, azienda leader nella produzione e fornitura di sostanze chimiche e metalli. Che quindi, di commerciabilità di un tale materiale dovrebbe intendersene abbastanza. La causa è ancora in corso, e la vicenda è tutt’altro che chiusa.

Redazione CiSiamo
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