Agromafie, il sesto rapporto di Coldiretti ed Eurispes presentato da Caselli

In controtendenza con la stagnazione dell'economia italiana e internazionale, cresce del 12,4% il volume d'affari complessivo delle agromafie.

Agromafie
La tavola de "Il crimine nel piatto degli italiani" imbandita alla presentazione del rapporto sulle agromafie.

Balzo in avanti del 12,4% nel volume d’affari complessivo delle agromafie, che arriva a un valore assoluto di 24,5 miliardi di euro. Balzo in avanti ancora più evidente per le notizie di reato nel settore agroalimentare, con un incremento nel 2018 di ben il 59%. Sono questi i dati allarmanti che emergono dal sesto Rapporto Agromafie 2018, elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla Criminalità nell’Agroalimentare, presieduto da Gian Carlo Caselli, in corso di presentazione a Roma.

La crescita del volume d’affari delle agromafia risulta in controtendenza rispetto alla stagnazione dell’economia italiana e internazionale, probabilmente perché le agromafie riescono a inserirsi in tutte le fasi della filiera agroalimentare: dalla produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita.

Il crimine nel piatto degli italiani

La mozzarella sbiancata con la soda, il pesce vecchio rinfrescato con un “lifting” al cafados, la carne macellata in macelli clandestini, il pane cotto in forni con legna tossica e le nocciole turche prodotte con il lavoro dei minori sono solo alcuni dei tanti esempi che si potrebbero fare di come la criminalità organizzata porti sulla tavola degli italiani prodotti illegali, pericolosi o frutto dello sfruttamento dei lavoratori.

I poteri criminali si “annidano” nel percorso che frutta e verdura, carne e pesce devono compiere per raggiungere le tavole degli italiani, passando per alcuni grandi mercati di scambio fino alla grande distribuzione distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta.

Le mafie 3.0

Se è vero che in tutti i settori le organizzazioni criminali stanno tentando di dismettere l’abito “militare” per indossare la grisaglia, questo è ancora più vero nel settore agroalimentare, dove oramai si può parlare di mafie 3.0.

I nuovi esponenti della criminalità organizzata, soprattutto nell’ambito agroalimentare, sono infatti in parte membri dalle tradizionali famiglie malavitose, che hanno indirizzato le nuove generazioni verso un’istruzione elevata e specializzata, e in parte frutto di un “arruolamento”, riccamente remunerato, di operatori sulle diverse piazze finanziarie del mondo.

«Le agromafie – spiega il Presidente della Coldiretti, Ettore Prandini – sono diventate molto più complesse e raffinate e non vanno più combattute solo a livello militare e di polizia ma vanno contrastate a tutti i livelli: dalla produzione alla distribuzione fino agli uffici dei colletti bianchi dove transitano i capitali da ripulire, garantendo al tempo stesso la sicurezza della salute dei consumatori troppo spesso messa a rischio da truffe e inganni solo per ragioni speculative».

«Siamo ormai di fronte ad organizzazioni che esprimono una “governance multilivello” o più “governance multilivello” sempre più interessate a sviluppare affari in collaborazione che non a combattersi. E Il comparto agroalimentare si presta ai condizionamenti e alle penetrazioni: poter esercitare il controllo di uno o più grandi buyer significa poter condizionare la stessa produzione e di conseguenza il prezzo di raccolta, così come avere in proprietà catene di esercizi commerciali o di supermercati consente di determinare il successo di un prodotto rispetto ad altri», spiegano Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes e Gian Carlo Caselli, Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione “Osservatorio Agromafie”, che poi aggiungono: «Si può ormai ragionevolmente parlare di mafia 3.0. La “struttura intelligente” si pone al servizio trasversale delle diverse organizzazioni, accogliendone le disponibilità finanziarie per valorizzarle e accrescerle attraverso modalità dall’apparenza lecita».

Mafia style

Il ristorante “Corleone”, aperto a Parigi dalla figlia di Toto Riina, è solo uno dei tanti casi di nomi di brand del settore agroalimentare legati alla mafia. In tutto il mondo si trovano ristoranti e pizzerie “Cosa Nostra”, presenti dal
Messico a Sharm El Sheik, dal Minnesota alla Macedonia, mentre a Phuket in Thailandia c’è addirittura un servizio take-away. Ma nei diversi continenti ci sono anche i locali “Ai Mafiosi”, “Bella Mafia” e “Mafia Pizza”.

Ci sono anche casi più eclatanti, come la catena di ristornati spagnoli “La Mafia” che fa cenare i clienti sotto i murales dei gangsters più sanguinari da Vito Cascio Ferro a Lucky Luciano, fino ad Al Capone

I prodotti Mafia style

Se dai bar e ristoranti si passa ai prodotti – evidenzia ancora la Coldiretti – la musica, anzi i nomi, non cambiano.

In Norvegia, per esempio, sul sito della Tv pubblica il celebre cannolo siciliano è stato presentato come “Mafiakaker eller cannoli”, ossia “Il dolce della mafia, i cannoli”. In Bulgaria si beve il caffè “Mafiozzo”, invece gli snack “Chilli Mafia” si possono comprare in Gran Bretagna, mentre in Germania si trovano le spezie “Palermo Mafia shooting”, a Bruxelles c’è la salsa “SauceMaffia” per condire le patatine e la “SauceMaffioso”, mentre in America, nel Missouri, si vende la salsa “Wicked Cosa Nostra”. In terra tedesca – continua Coldiretti – si beve anche il “Fernet Mafiosi”, con tanto di disegno di un padrino, mentre sul collarino della bottiglia è addirittura raffigurata una pistola, sotto la scritta “Stop!”.

C’è anche il vino Syrah “Il Padrino” prodotto nella Santa Maria Valley California da Paul Late “For those who dare to feel” (per quelli che osano sentirsi).

Su internet – continua la Coldiretti – è poi possibile acquistare il libro di ricette “The mafia cookbook”. Si possono poi comprare caramelle sul portale www.candymafia.com o ricevere i consigli di mamamafiosa (www.mamamafiosa.com). Quest’ultimo sito vi regala, tra l’altro, un sottofondo musicale a tema e storia dell’autrice del blog; racconta di come non sapesse di essere la moglie di un mafioso e di aver gestito con lui per anni un ristorante prima che il consorte venisse ucciso da un killer.

“Bonificare” ogni pregiudizio

È diventato quindi sempre più urgente “bonificare” da ogni forma di pregiudizio la comunicazione mediatica internazionale – afferma il 6° rapporto Agromafie. Soprattutto quando questa veicola prodotti di grande qualità enogastronomica e rappresentativi del Made in Italy associandoli a stereotipi e pregiudizi che fanno riferimento alla criminalità organizzata.

Lo sfruttamento di nomi che richiamano la mafia è un business che provoca un pesante danno di immagine al Made in italy sfruttando – afferma Ettore Prandini Presidente della Coldiretti – gli stereotipi legati alle organizzazioni mafiose, banalizzando fin quasi a normalizzarlo, un fenomeno che ha portato dolore e lutti lungo tutto il Paese”.

Redazione CiSiamo
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