Pernigotti, la politica ha perso la battaglia che non ha mai combattuto

Di Maio aveva promesso che lo storico stabilimento Pernigotti di Novi Ligure sarebbe stato salvato. "La Pernigotti non solo deve continuare a esistere come marchio ma deve continuare a esistere con i suoi lavoratori”.

Lavoratori Pernigotti
Lavoratori Pernigotti

Pernigotti. Tutto finito. E l’epilogo è tragico, ma è purtroppo un epilogo che non racconta del fallimento o della morte di un eroe intento, fino all’ultimo, con la spada sguainata e i capelli al vento, a opporsi a un’ingiustizia. Sì, perché un vero eroe, in questa vicenda, non c’è mai stato.

E la gente, in realtà, un eroe lo aveva reclamato. I lavoratori, una mano, verso l’alto della società, verso la politica, l’avevano tesa, per chiedere aiuto, solidarietà, giustizia. Nessuno, però, ha deciso di battersi per loro, di guidarli alla battaglia. La politica gli ha lasciati soli. La battaglia da affrontare era troppo difficile. Troppo poco importante.

Le promesse non mantenute

Di Maio aveva promesso che lo storico stabilimento Pernigotti di Novi Ligure sarebbe stato salvato. “La Pernigotti non solo deve continuare a esistere come marchio ma deve continuare a esistere con i suoi lavoratori”.

La promessa non è stata mantenuta. Lo scenario, l’epilogo peggiore alla fine si è avverato. Di Maio, quando diceva che il Governo “sta facendo sul serio”, in realtà, evidentemente, si era rivolto solo ai flash delle macchine fotografiche, agli obbiettivi delle telecamere, ai microfoni puntati a un palmo dal suo naso.

Adesso la verità è venuta fuori. Di Maio non si era rivolto alle orecchie affamate, agli occhi lucidi, ai cuori che battevano rintocchi di speranza. Si può quindi capire la rabbia di chi a quelle parole ci aveva creduto. Molti degli stessi supporter del Viceministro gli hanno rinfacciato che il Governo del cambiamento non ha in realtà cambiato niente, che gli “homini novi”sono stati spaventosamente e penosamente simili agli “uomini vecchi”.

La visita allo stabilimento

Luigi Di Maio in quello stabilimento c’era stato, giusto un mese fa. Era il 5 gennaio e il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico aveva giurato, con espressione seria, truce, che la storica azienda dolciaria italiana sarebbe rimasta in Italia e che nessuno sarebbe stato licenziato.

I dipendenti gli hanno offerto i gianduiotti che il Ministro ha mangiato, e lo ha fatto con il sorriso. Ma forse così tanto non gli piacevano, forse qualcuno gli è andato di traverso. Perché poi, dopo aver garantito con la propria credibilità che non sarebbe finita così, alla fine non è riuscito a fare niente.

La nuova proprietà

I sindacati hanno firmato l’accordo sull’ammortizzatore sociale per un anno mentre il gruppo turco Toksoz proseguirà nella sua politica di commercializzazione dei prodotti altrove. Ecco come finisce un’azienda: con i lavoratori che sperano fino all’ultimo, illusi da parole che si riveleranno dopo pochi giorni prive di significato, e con la politica (tutta la politica, ci tengo a ribadirlo) che volta loro le spalle per sistemarsi il nodo della cravatta davanti allo specchio e così, ben vestiti, presentarsi ancora davanti ad altre telecamere.

Cedere il marchio “con le buone o con le cattive”

Di Maio, presentandosi come il già citato eroe di cui il popolo aveva bisogno, aveva annunciato che la proprietà turca avrebbe dovuto cedere il marchio “con le buone o con le cattive”. Eppure questa opzione non è mai arrivata sul tavolo. I turchi non hanno mai avuto intenzione di cederlo, avendo di fatto già esternalizzato la produzione Pernigotti in un altro sito, la Laica di Arona (No).

Ora è diventato quasi impossibile trovare potenziali acquirenti. Infatti chi si era fatto avanti aveva manifestato interesse solo per la combinazione marchio più stabilimento. Rimangano così in piedi solo alcune ipotetiche cordate pronte a riassumere meno della metà dei dipendenti. E forse si sono fatte avanti solo per sfruttare il momento, per farsi pubblicità.

Il grande assente

Al tavolo delle trattative Di Maio non c’era. Era al di là delle Alpi, in Francia. Era a fare campagna elettorale con i Gilet Gialli in vista di un’ipotetica alleanza per le elezioni Europee.

Anche questo ha fatto montare la rabbia dei dipendenti, delle loro famiglie e di tutti quelli interessati alla vicenda. Questa volta, però, la rabbia è stata affidata ai social.

L’insulto più grande

L’antico concetto di Pernigotti, quello risalente alla seconda metà del ‘800 non esiste più, è un fatto. “Il Governo si faccia carico al più presto di dare risposte ai lavoratori della Pernigotti, che vedono l’azienda chiudere la produzione, dopo aver visto solo pochi mesi fa il ministro Luigi Di Maio cimentarsi in promesse e rassicurazioni” – ha chiesto la Vicepresidente del Senato Anna Rossomando (Pd).

Anche le parole della senatrice, però, per lo meno ad alcuni, sono sembrate solo strumentali, per provare cioè a raccattare un po’ di voti e consensi persi dal Movimento 5 Stelle.

Di fatto, come già detto, più e più volte, tutta la politica ha perso una battaglia che non ha mai combattuto, che non ha mai voluto combattere. Ma c’è di più. La politica ha rivolto ai lavoratori della Pernigotti l’insulto più grande che poteva rivolgergli: li ha ignorati.

Redazione CiSiamo
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