Violenza sulle donne: le vittime possono difendersi con la “Rete di Tutela”

Le donne che sono vittime di maltrattamenti spesso non trovano la forza di denunciare, e quando anche lo fanno la giustizia non sempre è in grado di proteggere lei e la sua famiglia. Ma la rete di tutela creata dalla stessa vittima potrebbe rappresentare la sua salvezza e segnare il suo percorso di rinascita.

Vittima di prete pedofilo racconta la sua storia
Vittima di prete pedofilo racconta la sua storia


Vercelli: il 3 febbraio Simona Rocca, quarantenne, prende fuoco nella sua auto per mano del suo carnefice, il suo ex compagno, nel parcheggio del centro commerciale dove lavorava, dopo essere stata speronata dall’uomo che l’ha costretta a fermarsi. La donna aveva già denunciato l’uomo, che da tempo non accettava la fine dalla loro relazione, per minacce.

Curno (Bergamo): il 2 febbraio un amore malato si trasforma in dramma ai danni di Marisa Sartori, 25 anni. Viene colpita ripetutamente dal suo ex compagno che la finisce con una pugnalata letale al cuore, nel garage della sua abitazione. E sotto gli occhi di sua sorella Deborah che la difende fino a farle da scudo umano ricevendo anch’ella numerose ferite all’addome, riuscendo per fortuna a mettersi in salvo, sebbene le sue condizioni restino critiche.

Gorlago (Bergamo): il 18 gennaio il corpo di Stefania Crotti, 43 anni viene trovato carbonizzato. E’ stata uccisa dalla sua “rivale” in amore Chiara Alessandri, originaria di Rho, rea confessa dell’omicidio della moglie del suo amante. L’omicidio premeditato accadeva nel garage della villetta della Alessandri che, dopo aver inferto 20 martellate e spezzato il polso alla sua vittima, l’ha legata mani e piedi, trasportata nelle campagne di Erbusco e le ha dato fuoco.

L’isolamento sociale

Femminicidi sempre più efferati che avvengono a distanza ravvicinata nel tempo ma, soprattutto, nello spazio. Territori contraddistinti da abitazioni isolate, villette indipendenti o parte di condomini molto piccoli, contesti il cui sostrato sociale preferisce non avere coinvolgimenti. Le abitazioni, che dovrebbero essere sinonimo di tranquillità, si trasformano così in luoghi del crimine perché parte in causa nell’isolamento sociale: il peggior nemico per chi è vittima di maltrattamenti in famiglia. In questi casi, la casa perde il valore di rifugio e protezione ed acquisisce quello di isolamento. Diviene un luogo di persecuzione sociale in cui i carnefici possono rafforzare la propria posizione di violenta supremazia.

L’importanza della famiglia

Unica ancora di salvezza è spesso la famiglia di origine della vittima. Il carnefice ha già provveduto infatti con meccanismi psicologici di mortificazione ed alienazione della propria preda ad allontanarla dagli amici o dai colleghi più stretti. Essa costituisce un appiglio importante a cui aggrapparsi, anche se molto spesso le donne non hanno il coraggio di confessare ai propri genitori la reale condizione di vessazione nella quale si trovano.

La dichiarazione di Deborah

A tal proposito è emblematica la dichiarazione di Deborah, la sorella di Marisa Sartori. Dopo il delicato intervento, apprendendo della morte della sorella dice: “Ora devo difendere i miei genitori”. Troviamo in queste parole tutta la paura dell’intera famiglia Sartori, che da tempo cercava di invano difenderla e tutelarla, avvolta nella stessa morsa della paura della povera donna, che oggi presenta il 45% di ustioni su tutto il corpo.

Il terrore che immobilizza

Questo terrore immobilizza non solo chi è vittima di maltrattamenti domestici, psicologici e persino economici ma anche l’ambiente circostante. Rafforza così il fenomeno dell’isolamento e crea il vuoto attorno a tutte le donne, anche le più coraggiose.

Le falle del sistema di tutela

E’ un dato di fatto allarmante che anche chi trova la forza di denunciare, di allontanarsi dal proprio carnefice rinunciando spesso ad una condizione economica stabile per ritrovarsi nella precarietà, di scrivere, di chiedere aiuto alle strutture preposte si trovi poi a non essere preso in giusta considerazione da un sistema di tutela e giustizia ancora molto lento, fragile e farraginoso. Un chiaro segnale arriva proprio dalla Corte d’Appello di Messina, che ultimamente ha condannato i magistrati che, dieci anni fa, sottovalutarono le ben 12 denunce fatte da Marianna Manduca contro il marito violento, Saverio Nolfo, che poi la uccise a Palagonia (Catania) e che oggi sconta 20 in carcere.

Nasce il “Codice Rosso”

A rafforzare la tutela nei confronti delle fasce deboli da parte dello Stato sarà l’entrata in vigore del “Codice Rosso” per le donne. Lo ha dichiarato il Ministro dell’Interno Salvini a seguito dell’ultimo grave femminicidio di Vercelli. Tuttavia, nei casi di maltrattamenti in famiglia e di stalking il codice rosso potrebbe non essere la vera soluzione al problema a causa del circolo vizioso che si è creato tra vittima e carnefice, poiché la vittima è inglobata in un meccanismo che le impedisce di riconoscere quando il proprio carnefice ha realmente premeditato la sua eliminazione né quando o come la metterà in atto. Perché tra di loro c’è comunque sia un legame antico che parla di coinvolgimento emotivo che presente fatto di delirio e poi di perdono, un gioco molto pericoloso, un percorso nel quale la vittima non è in grado di riconoscere – nella maggioranza dei casi – quando si trova in situazioni da “Codice Rosso”.

La rete di tutela

Ciò che le donne vittime di violenza, soprattutto domestica, possono fare per uscire lentamente dall’isolamento è crearsi gradualmente una rete di tutela, intersecando persone appartenenti a più contesti, in modo da risultare non solo maggiormente credibili ma anche da essere tutelate in tutti gli ambiti, dal supporto psicologico a quello legale, dal lavoro alle amicizie, dallo sport ed allo svago. La rete di tutela creata dalla stessa vittima potrebbe rappresentare la sua salvezza e segnare il suo percorso di rinascita.

Redazione CiSiamo
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