Piramide ‘ndrangheta, massoneria, giudici avvocati e politica

Uno dei primi tasselli che costruisce la “piramide” tra: ’ndrangheta, massoneria, giudici, avvocati e politici, arriva dalle motivazioni della sentenza di primo grado Gotha.

Cafiero De Raho
Cafiero De Raho

Ci sono voluti tantissimi anni, forse troppi, per iniziare a scoprire le carte e capire cosa successe veramente in quegli anni ’70, dove il “piombo si poteva acquistare per le strade” date le vittime – innumerevoli vorremmo aggiungere – .

Non bastò il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro – uno dei tanti naturalmente – per mettere in campo tutte le energie di uno Stato che già lasciava la “mafia in Sicilia, ma di questo ne leggerete presto nel mio prossimo libro.

Ci volevano – e meno male per noi – i collaboratori di giustizia e i gruppi delle DDA curate particolarmente da De Raho, Gratteri, Giuseppe Lombardo e tanti altri, per smascherare il “terzo livello”.

Ma iniziamo a mettere i tasselli a proprio posto per raccontare la nostra storia…

Piramide ‘ndrangheta, massoneria, giudici avvocati e politica

Uno dei primi tasselli che costruisce la “piramide” tra: ’ndrangheta, massoneria, giudici, avvocati e politici, arriva dalle motivazioni della sentenza di primo grado Gotha.

Nelle oltre 2.500 pagine che ne motivano le condanne della sentenza, il gup Pasquale Laganà, infatti, ne riconosce – oltre a una organizzazione criminale mafiosa – una capace di infiltrarsi nei progetti politici locali di ogni ente, un’associazione segreta.

Nelle pagine, in cui si condanna l’avvocato Paolo Romeo (che ha scelto il rito ordinario), a proposito della “associazione segreta” si legge: “In sostanza si tratta di un’associazione che ha rappresentato una sorta di evoluzione delle strategie messe in campo da Romeo per etero-condizionare l’azione di governo locale ai fini illeciti del sodalizio criminale di stampo mafioso di cui lo stesso Romeo fa parte da oltre trent’anni“.

Secondo il gup il principale imputato di questo processo è l’avvocato Giorgio De Stefano condannato a 20 anni di carcere, che insieme a Paolo Romeo sarebbero gli uomini “chiave nell’agire visibile, per quanto concerne Romeo, e nell’occulto per quanto concerne il De Stefano.

I “ROS sugli uomini chiave”

A seguito delle informative del Ros dei carabinieri, gli uomini chiave a Reggio Calabria, avrebbero sostenuto per anni il centrodestra,sostenendo l’ascesa di Giuseppe Scopelliti prima a sindaco e poi a governatore della Calabria,come la carriera politica dell’ex assessore comunale e regionale Antonio Caridi – imputato nel processo con il rito ordinario – fino a farlo diventare senatore;finchè nel 2014, il direttorio delle cosche ha tentato di infiltrarsi nelle file del Partito democratico spostando i suoi voti a sinistra in occasioni delle regionali e comunali.

Conosciamo meglio l’avv. GIORGIO DE STEFANO

Sempre il gup Laganà, supportato dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, riesce ad inquadrare così il contesto storico in cui si sarebbe mosso l’avv. De Stefano: “Già a partire dalla fine degli anni ’90, al vertice della ‘ndrangheta, in un contesto criminale che interagisce stabilmente, attraverso associazioni segrete caratterizzate alla ‘segretezza’ dei ‘fini’ e dalla ‘riservatezza’ dei ‘metodi’ (massoneria deviata), con il mondo dell’imprenditoria, della finanza, della magistratura e, più in generale, delle Istituzioni (organi amministrativi e politico – rappresentativi degli enti locali e del governo centrale)”. 

In poche parole, il De Stefano,che già nel 1980 – pur essendo conosciuto come cugino del boss Paolo De Stefano – fu eletto Consigliere Comunale per la DC presso la città di Reggio Calabria, ha avuto la possibilità di dirigere quella “componente occulta” tra politica e ‘ndrangheta ponendosi alla guida della cosca di don Paolino, una volta che questi venne arrestato, assieme all’altro nipote Dimitri De Stefano, anche quest’ultimo condannato a 13 anni e 4 mesi di reclusione. L’avvocato “occulto”, inoltre, era amico di Leoluca Bagarella, di Raffaele Cutolo, di Nitto Santapaola, e a Roma, dove aveva aperto uno studio, aveva esportato affari della cosca ed era in contatto con i boss della Magliana.

La famigerata “Archi criminale”

Giorgio De Stefano conferma così “casato di Archi” come snodo importante della Reggio Calabria (vedasi Operazione Trash), conferma avuta anche da una intercettazione finita negli atti del processo: “Non si muove foglia ad Archi se non parlano… se non parlano con Giorgio De Stefano…”. “E non è affatto casuale – scrive sempre il gup – se Fiume (l’ex killer dei De Stefano oggi collaboratore di giustizia Nino Fiume, nda), nell’indicare l’avvocato Giorgio come il consigliori della famiglia (‘un mafioso di vertice che dà i consigli, non un mafioso da quattro soldi’) lo indica come erede di quelle relazioni riservate che il defunto boss Paolo (De Stefano, nda) aveva iniziato ad intessere ed a coltivare sin dagli anni ’70”.

De Stefano, Franco Freda e l’ “eversione nera”

Qualcosa di più clamoroso viene fuori dai De Stefano che li coinvolge alla latitanza di Franco Freda,accusato per la strage di Piazza Fontana a Bologna.

Erano gli anni ’70 e la cosca De Stefano entra in contatto con quelli che saranno chiamati negli anni di piombo personaggi legati alla destra eversiva, e aiuteranno a trascorrere la latinanza, proprio in Calabria, a Franco Freda proprio prima della prima guerra di ‘ndrangheta e in particolare nel periodo di svolgimento del summit di Montalto nell’ottobre dell’anno 1969, in occasione del quale l’organizzazione avrebbe dovuto ‘formalizzare’ l’adesione a progetti eversivi anche attraverso il fattivo ausilio in azioni di stampo terroristico. Secondo il tribunale, sono questi legami “che stratificano e consolidano la potenza dei De Stefano, la quale si fonda non solo sulla ‘nota’ e ‘visibile’ componente operativa (quella incarnata, fra gli altri, da Carmine, Giuseppe e, all’occorrenza, Dimitri De Stefano) ma, soprattutto, sulla capacità di intessere riservatamente relazioni con il mondo imprenditoriale, politico e istituzionale, nonché con gli ambienti massonici, di cui hanno dato prova, con diversità di ruolo e di ‘operatività’, i coimputati Giorgio De Stefano e Paolo Romeo”.

IL PENTITO: “LA MASSONERIA È NELLA ‘NDRANGHETA”

A proposito sarebbe stata proprio la massoneria lo strumento alla base di quello che il gup definisce “il legame biunivoco” tra le cosche e gli esponenti politici locali: “La massoneria – è scritto sempre nella sentenza – ha costituito per la ‘ndrangheta un modello organizzativo perfettamente rispondente alle nuove istanze di segretezza ‘interna’ e di elitarismo criminale”.

Questo rapporto “di pari dignità illecita” tra massoneria e cosche, i pm lo hanno spiegato anche attraverso le dichiarazioni del pentito Cosimo Virgiglio, secondo cui “il mondo massonico entra nella ‘ndrangheta e non viceversa”. Ne è venuto fuori un “sistema allargato di potere” che ha come obiettivo finale quello di “garantire alla componente massonica, fortemente politicizzata, la gestione dei flussi elettorali” e alla componente ‘ndranghetistica il “consolidamento degli ingenti capitali sporchi, già formati, che andavano ricollocati sul mercato, anche estero, mediante strumenti finanziari evoluti, gestiti attraverso gli appartenenti alla massoneria”.

Il consolidamento di questo sistema di potere, in cui convivono “in osmotico interscambio di uomini e mezzi, elementi di vertice del sodalizio criminale ed esponenti della società civile, dell’associazionismo, delle istituzioni, delle forze dell’ordine, della magistratura, è stato reso possibile proprio grazie allo stretto legame ‘ndrangheta-politica”. Un rapporto che risale, non casualmente, al moti di Reggio Calabria degli anni ’70 quando si sono registrati legami strettissimi “tra esponenti dei movimenti politici di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, tra i quali il terrorista di estrema destra Franco Freda, ed elementi di vertice della ‘ndrangheta, nella specie il defunto boss Paolo De Stefano”.

Ma il 18 settembre 2017, relativamente al caso Moro, da alcuni atti desecretati, escono verità sconcertanti circa “Ordine Nuovo e Destra Eversiva”.

Una serie di documenti, tenuti secretati dal SISMI, riportano il memoriale redatto da Aldo Moro durante la sua prigionia, i faldoni esaminati riportano la scritta “segretissimo”.

La questione di Gladio non fu estranea ai contenuti del memoriale redatto da Aldo Moro durante la prigionia.

Nel corso dei lavori della Commissione stragi, presieduta dal sen. Giovanni Pellegrino, i consulenti Gerardo Padulo e Libero Mancuso vennero evidenziati forti elementi indizianti del fatto che, alla fine degli anni ’60, le formazioni di destra avessero operato all’interno di Istituzioni militari, avvalendosi di complicità e connivenze di alto livello, al fine di addestrare numerosi civili di orientamento politico affine, per impiegarli in funzione anticomunista; a tale proposito depongono le acquisizioni sulla presenza di civili in alcune esercitazioni. Tali elementi convergono inoltre nel far ritenere che fosse stato impiantato un apparato organizzativo con basi territoriali, coinvolgente militari e civili. Un ruolo preponderante, almeno per la parte della struttura organizzativa emersa, ebbero gli esponenti del Mpon (“Movimento Politico Ordine Nuovo”) che ne costituivano l’ossatura, tanto che un teste aveva affermato che i “Nuclei per la Difesa dello Stato erano qualcosa di sovrapponibile a Ordine Nuovo”.

Guarda caso, Feda era esponente del Movimento Politico Ordine Nuovo.

La ‘Ndrangheta tra Servizi e Loggie P2

Che “le mafie” fossero intrinseche tra i servizi oscuri non sarà una novità per molti, ma che proprio la ‘Ndrangheta traesse il suo potere dal dialogo diretto con i pezzi trasversali dello Stato, come emerso nell’inchiesta “Meta” e grazie alle indagini che portarono alla cattura del noto boss latitante Pasquale Condello (da cui si gli investigatori trassero spunto per mettere in atto l’operazione “Mammasantissima”) ha dell’incredibile e nello stesso tempo ci fa capire quanto sia potente e predominante in tutta l’Italia la cosca.

La “regina Gotha”, la madre di tutte le inchieste che con oltre 2500 documenti con “omissis” lega: massoni,‘ndranghetisti, logge, sottosegretari dello Stato, parlamentari, politici di ogni rango (locali,regionali e nazionali) e giudici, fa già tremare mezza Italia, specialmente Roma e tutta la Calabria!

Interi faldoni pieni di “testimonianze” che i pm della DDA hanno fatto trasportare in aula bunker; gli interrogatori e le indagini compiute su quanto dichiarato dai “collaboratori di giustizia”, fa capire il perché degli attacchi per sminuire sia gli stessi “collaboratori di giustizia” che i procuratori antimafia: Gratteri,Lombardo e De Raho!

Don Gioacchino Piromalli e i suoi rapporti con le toghe

Lo rivela il “collaboratore di giustizia” Antonio Russo in una dichiarazione chi teneva i rapporti con le toghe: “I rapporti con i giudici li teneva solo don Gioacchino Piromalli.Era l’unico che aveva il numero della segreteria privata di Andreotti”.

Durante il suo interrogatorio col pm Stefano Musolino, il collaboratore si ferma per cercare di far comprendere meglio e non essere frainteso,perché il don in questione non è un uomo qualunque…

Dottore, quando parliamo dei Piromalli stiamo parlando di un’istituzione, stiamo parlando di un secondo Stato, sono di Piromalli.”

Per far comprendere meglio al pm di quanto stesse raccontanto,il collaboratore racconta quanto segue: “Vi parlo del processo ‘Tirreno’, tre fratelli coinvolti, due assolti, risarcimento dallo Stato e uno condannato. Su tre ha pagato solo uno. Hanno rapporti con i giudici dappertutto. Loro arrivano dappertutto dottore [..] Non è che vanno direttamente dai giudici, ma per interposta persona. Loro hanno la chiave per arrivare al giudice, per aprire la porta, io su questo posso riferire, posso riferire su alcuni giudici. I Piromalli sono tutti massoni, Gioacchino Piromalli è massone, don Peppino Piromalli era massone”.

Per essere precisi, anche magistrati e uomini in divisa avrebbero partecipato a riti massonici!

Licio Gelli

Russo, il collaboratore di giustizia, è un fiume in piena, arriva a fare il nome del commendatore “Carmelo Cortese di Catanzaro”, già conosciuto per i suoi rapporti con i potenti mafiosi siciliani come i La Barbera e i potenti ‘ndranghetisti calabresi, nonché per la sua appartenenza con la massoneria e la loggia P2 , durante l’interrogatorio – Russo – rivela i rapporti di Cortese, dicendo “aveva i rapporti con Licio Gelli”. Si capisce subito che il riferimento è inteso a rapporti massonici, tante che continuando, il collaboratore dichiara: “Erano tutti con lui. C’era Paolo De Stefano, tutta la ‘ndrangheta c’era iscritta con il commendatore Cortese, colui il quale comandava l’ospedale militare di Catanzaro. Facevano questi riti di inizializzazione con la spada, tutti vestiti con i cappucci, avevano invitato anche a me ma non ci sono voluto entrare. A queste riunioni – secondo il racconto messo a verbale – dei templari era presente Stillitano Rocco Ivan, era presente Saverio Saltalamacchia (che era stato arrestato per droga mi pare questo ragazzo)… c’era il principe Romanov, è un pezzo grosso questo”. Ma anche “generali della Guardia di finanza, generali dei carabinieri, della polizia di stato, dei vigili del fuoco… tutti in alte uniformi”.

Per il momento fermiamo gli intrecci qui, del giudice Carnevale e di come aggiustava i processi per la ‘ndrangheta ne parleremo nel prossimo articolo.

Redazione CiSiamo
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