Operazione “Ossessione”, blitz contro clan Mancuso: in 6 scarcerati a Milano

‘Ndrangheta: I guai per le cosche non finiscono a causa dei Mancuso, alias Mbroghija “imbroglio”.

Operazione Ossessione, scarcerati in 6
Operazione Ossessione, scarcerati in 6

Periodo nero per la “giustizia italiana” che si vede scarcerare, ancora una volta, dopo un’ accurata indagine, sei su sette dei fermati a Milano nell’ambito dell’ ‘Operazione Ossessione’ coordinata dal Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e dalla pm Annamaria Frustaci, in cui – comunque – finirono fermate 25 persone ritenute gregari della cosca Mancuso di Limbadi per narcotraffico.

Il gip del capoluogo lombardo, Ilaria De Magistris, dopo aver visionato gli atti dell’indagine, ha deciso la scarcerazione dei sei imputati, spiegando così i motivi di tale decisione: “Mancano i gravi indizi a carico degli indagati e non sussiste il pericolo di fuga“, aggiungendo ai motivi della scarcerazione degli imputati quanto segue “non si ritiene ci siano gravi indizi idonei ad affermare l’inserimento in una struttura associativa stabile né per ritenere che sussista tra loro o una parte di essi un vincolo sociale, teso alla realizzazione di un numero indeterminato di illeciti“, prosegue il magistrato, “non appaiono espressione di effettiva ripartizione di compiti fra associati in relazione a un programmato assetto criminoso da realizzare e non si inseriscono in una stabile struttura comune che si proietti oltre i singoli episodi“, inoltre, aggiunge il gip De Magistris per quanto concernerebbe il pericolo di fuga, “non emergono dagli atti (né sono stati eliminati nel decreto di fermo) elementi e circostanze, specifici e concreti, attinenti a ciascun fermato idonei a definire la possibilità che questi, se non si fosse intervenuti, avrebbero fatto perdere le proprie tracce“.

Gli imputati liberati

Gli imputati scarcerati e liberi, vista la dichiarazione del Gip, sono i due vibonesi domiciliati a Milano: Giuseppe Campisi, 49 anni di Nicotera, Gennaro Papaianni, 42 anni, di Vibo, Maria Antonia Limardo, 54 anni, originaria di Briatico (moglie di uno dei principali indagati, Giuseppe Costantino) e Damiano Aquilano, 35 anni di Tropea.

Anche i rispettivi gip di Vibo Valentia e Monza si sono pronunciati sul decreto di fermo relativo ad alcuni imputati dell’operazione denominata “Ossessione”, pronunciandosi a favore del fermo in carcere per: Antonio Narciso, 58 anni, di Vibo Valentia, Gaetano Muscia, 55 anni, di Tropea, Francesco Mancuso, 30 anni, di Preitoni di Nicotera, Giovanni Stilo, 70 anni, di Nicotera, Elisabeta Kotja, 40 anni, albanese (fidanzata di Fabio Costantino, un altro dei principali indagati che si trova già in carcere da tempo).

Per alcuni degli indagati i gip non hanno ravvisato la gravità indiziaria in ordine al reato associativo. Un altro fermo convalidato è quello di Giorgio Mariani.

La cosca Mancuso

Ma iniziano ad uscire le prime indiscrezioni sulla Cosca Mancuso e alcuni mutamenti sullo scenario delle ‘ndrine che potrebbero creare forti mutamenti fra le cosche!

La DDA di Catanzaro non è rimasta ferma in questo periodo, con una strategia che solo pochi ed astuti potevano attuare, ha iniziato ad intercettare telefonate e conversazioni ambientali, arrivando a installare telecamere di riconoscimento facciale.

Anche se purtroppo qualcuno ha fatto scappare questa soffiata (tra poco capirete il perché della nostra ipotesi), per i Mancuso le cose non sembrano mettersi bene!

“Ossessione” dei Mancuso

La cupidigia per i Mancuso è un “Ossessione” senza limiti, tanto da farli scontrare con quelli della “Locride”.

Da quanto emerge, dalle quasi 800 pagine stese dalla DDA di Catanzaro che ha portato all’operazione “Ossessione”, emerge che negli ultimi tempi il narcotraffico è stato spostato dal porto di Gioia Tauro a causa di una soffiata che – a seguito di una intercettazione telefonica – alcuni membri delle ‘ndrine si riferivano «Hanno montato le telecamere. Servono le persone giuste».

Le persone giuste sarebbero state, come nel caso di Malpensa, dipendenti e autorità.

Come si svolgeva il “narcotraffico” secondo i rapporti della DDA?

Come in tutte le criminalità, la “’ndrangheta” deve diversi la torta, ed è qui che troviano i clan della Locride e quelli della Piana,fino ad arrivare agli uomini dei Mancuso che dal Vibonese arrivano in Lombardia, in Olanda e in Sudamerica.

Gli affari,come è evidente, si muovono fra i “cumpari” delle ‘ndrine dello “jonico e del tirreno”; nelle “campagne “ dove spesso si riuniscono, i discorsi – oltre a soffermarsi sulle spartizioni – si snodano tra soldi, viaggi e uomini da utilizzare.

In questa nuova realtà, a prendere posto nei traffici illeciti, sono le donne che devono prestarsi da portavoce per i loro uomini, anche se spesso si trovano a calmare gli animi in famiglia provocati dalle spartizioni di soldi,fratelli che litigano, oltre che per la divisione dei soldi, per la divisione della cocaina o hashish, insomma,ognuno ha il suo giro!

Lo snodo degli affari

Da anni, il porto di Gioia Tauro è lo snodo per gli affari della ‘ndrangheta in tutta l’Italia e oltre, e adesso che hanno montato le telecamere, come si evidenzia dalle indagini della DDA durante una intercettazione, lo snodo del narcotraffico deve cambiare rotta, magari verso i porti e luoghi dove le ‘ndrine hanno messo radici: Genova, La Spezia, Vado Ligure, Livorno e Venezia.

Resta fermo per gli inquirenti che i ruoli del Narcotraffico siano da un lato legati a soggetti vicini agli ambienti di Cosa nostra,anche se nella «multinazionale del narcotraffico» un ruolo centrale lo avrebbero in particolare due donne: la 69enne Clara Ines Garcia Rebolledo, a cui subentra poi la nipote Gina Alessandra Forgione, entrambe venezuelane e broker «di primissimo livello del narcotraffico» in quanto legate ai più potenti cartelli Sudamericani, da queste le “mafie” si servirebbero per l’acquisto della cocaina.

Tutto ciò emerge dalle intercettazioni che ha in possesso la Procura Antimafia di Catanzaro.

L’intercettazione

Da uno stralcio di una intercettazione in possesso della DDA di Catanzaro, si evidenzia un interloquio tra: Fabio Costantino (da tempo in carcere e fidanzato della Elisabeta Kotja in arresto durante l’operazione Ossessione) parlare con Giuseppe Campisi (uno degli imputati scarcerati dal Gip De Magistris e fra l’altro fratello di Domenico, un broker di primo piano della cocaina ucciso nel 2011 in un agguato a Nicotera), durante il loro discorso ecco cosa si dicono: «…hanno cambiato, Reggio lo ha cambiato…hanno montato le telecamere… i ragazzi ora non li conosci più… devi andare dalla gente che la cosa la tira fuori e si può andare…».

Per gli inquirenti, tale commento è da inserire nel contesto preoccupante che le ‘ndrine hanno nello snodo del porto di Gioia Tauro, i due stanno commentando «le difficoltà di potersi servire del predetto sedimento portuale, a causa dell’installazione di telecamere di videosorveglianza e della contestuale necessità di doversi rivolgere alle “persone giuste” in grado di poter garantire il recupero in sicurezza del carico di droga».

I fratelli Costantino

I fratelli Costantino (Fabio, Giuseppe e Salvatore) sono al centro dell’inchiesta condotta sul campo dalla Guardia di finanza noti a Nicotera con il soprannome di “Fiffiettu”.

A definirne il loro ruolo è stato l’ultimo collaboratore di Giustiza, il giovane Emanuele Mancuso, della cosca Mancuso, che li ha letteralmente associati quali “parenti” di uno dei capi storici del clan di Limbadi e Nicotera, lo “zio Antonio” che molti chiamano “don Paperone”.
Secondo le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, Antonio Femia, “Giuseppe Costantino faceva la bella vita,aveva una barca e nel 2012 aveva addirittura saputo di essere intercettato sulla barca perché il soggetto che gli aveva venduto la barca a Lamezia, lo aveva avvisato del fatto che la “Legge” gli aveva richiesto la scheda tecnica dell’imbarcazione…», aggiungendo che “un’altra spiata” l’avrebbe avuto quando acquistò la sua auto: «Il concessionario che gli aveva venduto la Golf lo informò che nella macchina che gli era arrivata da poco era stata montata una microspia…Queste cose – racconta Femia – me le disse lo stesso Pino… ricordo, infatti, che una volta che andai a trovarlo a Vibo, andammo in barca… in alto mare io iniziai a parlare dei nostri affari e notai che lui diceva che la radio aveva problemi e mi fece cenno di stare zitto…allora Pino mi invitò a tuffarmi in acqua per parlare delle nostre questioni ed affrontammo tutti i discorsi in acqua».

Infine, non dimentichiamo il collaboratore di giustizia Francesco Costantino,sentito per la prima volta nel luglio del 2018 dal pm della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo,che ha spiegato per bene gli incontri-scontri in Piemonte fra gli esponenti della famiglia degli Ursino,originaria di Gioiosa Ionica, e quella dei Cataldo di Locri.

Questa la sua dichiarazione iniziale:Sono originario di Maierato e sono da sempre cresciuto nella famiglia di Cracolici Raffaele detto “Lele Palermo”;il mio inserimento in circuiti criminali, tuttavia, ha inizio nel carcere di Torino nel 1986 per il tramite di Giuseppe Campisi, sposato con una Buccafusca, personaggio di elevato spessore criminale operante nel Nord Italia per conto della famiglia Mancuso di Limbadi e nello specifico di Mancuso Giuseppe, detto ‘Mbroghija, che ho pure personalmente conosciuto. Ho mantenuto da sempre rapporti criminali con Giuseppe Campisi, peraltro legato nel Torinese anche a soggetti come Belfiore ed Ursini”,ovvero i boss delle “famiglie” di Gioiosa Ionica trapiantante a Torino.

Per Giuseppe Campisi, quindi, Francesco Costantino avrebbe “curato lo spaccio di sostanze stupefacenti, fra eroina e cocaina, tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90”.

Redazione CiSiamo
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