Trasfusione sangue infetto, maxi risarcimento per donna contagiata da epatite

Maxi risarcimento da oltre un milione di euro per i familiari di una donna che nel 1983 ha subito trasfusioni con sangue infetto dal virus Hcv, senza che fosse sottoposta ai controlli ex post, una volta scoppiato l'allarme Hcv.

Sacca di sangue per trasfusione
Maxi risarcimento per i familiari di una donna che è stata vittima di una trasfusione infettata dal virus Hcv

Sangue infetto, risarcimento record da oltre un milione di euro ai familiari di una donna campana, morta a seguito di una trasfusione che le comportò un’epatite, una cirrosi ed un tumore. La donna, una 67enne che all’epoca dei fatti contestati, cioè della trasfusione, ne aveva 39, era stata ricoverata per cinque giorni presso l’ospedale civile di Caserta.

Ci informa Casertanews che l’anno in cui il sangue infetto venne infuso alla donna era il 1983. Attenzione, la collocazione temporale è importante, perché quelli erano gli anni del confuso ma già pervasivo allarme sull’Hcv, identificato con certezza nell’89, una sorta di contesto che il giudice non ha mancato di rammentare nella sua decisione, quasi a voler spiegare che non solo ci sono state estreme conseguenze sanitarie per la donna, ma che di lì a poco la medicina avrebbe avuto strumenti terapeutici idonei a scongiurare quelle estreme conseguenze, se solo si fossero effettuati dei controlli ex post, quando scoppiò lo scandalo del sangue infetto nel 1985.

Le conseguenze della trasfusione

Ma nessuno li fece, non al punto da sottoporre a screening i trasfusi nel periodo sospetto. La donna comunque effettuò la trasfusione e per molti anni, non si avvide dei danni immensi che quel sangue infetto stava arrecando al suo organismo. Pian piano però, il virus dell’epatite C aveva intaccato il fegato della donna, fino a cagionarle una devastante necrosi della ghiandola, una cirrosi. In evoluzione, quella cirrosi degenerò in neoplasia maligna, in un cancro, e la donna, dal 2006 fino al 2011, anno della sua morte, visse un calvario che, per tabulas e secondo quanto stabilito dal giudice Assunta Canonaco, poteva essere evitato se solo si fosse riusciti a diagnosticare la malattia in tempo.

Ma per farlo bisognava sapere che nel 1983 alla donna era stato trasfuso sangue infetto, brulicante del virus dell’epatite, poi individuata nell’89 e quindi sottoponibile a profilassi già dagli anni successivi, e così non era stato.

La sentenza

Sulla scorta di questo storico, ieri la sentenza che condanna il Ministero della Salute a pagare un milione e 50mila euro in favore dei familiari della defunta, che avevano vissuto cinque anni di inferno nel vedere la loro congiunta spegnersi senza possibilità di intervenire in alcun modo. La sentenza, la numero 2176 del 30 gennaio 2019, recita testualmente che “deve ravvisarsi, anche con riferimento all’epoca delle trasfusioni originanti la presunta controversia una responsabilità del Ministero della Salute per aver omesso o comunque ritardato l’adozione di cautela già conosciute alla scienza medica, il cui impiego avrebbe evitato o quanto meno ridotto sensibilmente il rischio di contagio anche per il virus HCV”.

Redazione CiSiamo
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