Clan dei Casalesi, Nicola Schiavone: “Così la camorra gestice i comuni”

Sono le parole dello stesso Nicola Schiavone, figlio del boss della camorra Francesco Schiavone, a spiegare come il clan controllasse le elezioni dei sindaci nel "trinagolo"formato dai comuni di Casapesenna, Casal Di Principe e San Cipriano.

Fascia sindaco
Nicola Schiavone racconta in aula come il clan controllasse le elezioni dei sindaci di Casapesenna, Casal Di Principe e San Cipriano.

Nicola, il figlio del boss Francesco Schiavone, spiega ai giudici come avveniva il controllo del clan sull’amministrazione comunale di Casapesenna, feudo di “Capastorta” Zagaria  e su quelle dei comuni a trazione casalese. Come la camorra influenza la politica. Sembra un teorema trito e scontato, ma sentirlo declinare nei fatti da un collaboratore di giustizia dei Casalesi, ex capoclan degli stessi e che per di più di cognome fa Schiavone fa un certo effetto.

Effetto non solo “scenico”, ma che va ad arricchire di particolari utilissimi e dirompenti le conoscenze della magistratura su un fenomeno – il binomio camorra-amministrazioni locali – che forse logora la società più della camorra stessa, concettualmente ed erroneamente presa nella sua veste di enclave del crimine in una società che ne è immune.

Nel corso del processo a Michele Zagaria, a Fortunato Zagaria, ex sindaco di Casapesenna e del consigliere comunale Luigi Amato, Nicola Schiavone ha spiegato che il sistema elettorale del clan non prevedeva che arrivassero a guidare la giunta “persone sgradite”. Ecco, secondo il pentito Giovanni Zara, il sindaco di Casapesenna minacciato dai tre imputati a processo, non era persona gradita al clan.

Il sistema elettorale

Quindi come funzionava quando le coppole storte dovevano “strusciarsi” al potere locale? “Chi voleva candidarsi doveva proporsi a noi – ha detto –sia per il centrodestra, di cui era referente Nicola Cosentino che per il centrosinistra, di cui per un certo tempo era referente Nicola Ferraro. A noi veniva proposta poi una griglia di nomi da cui pescavamo e una volta scelti i candidati a sindaco si procedeva alla formazione delle liste”. In questo modo l’impalcatura era pronta; secondo step, procurarsi i voti. Qui Schiavone espone il modello Casal Di Principe, esportabile a suo dire anche a Casapesenna, e dall’altro comune del “triangolo casalese”, San Cipriano. “A Casale facemmo come si fa nei grandi Comuni, acquistando pacchetti di voti presso famiglie che non riuscivano a mangiare (fonte Casertanews). Dove c’era maggiore disagio economico; poi dopo le elezioni il sindaco eletto veniva da noi chiedendoci come procedere e noi indicavamo gli assessori e i tecnici. Così gestivamo il Comune”.

Un metodo pervasivo

Un metodo pervasivo e capillare dunque, che scavalcava l’accoppiata camorra-cosa pubblica perché di fatto le due cose coincidevano organicamente, incernierate dai vincoli dell’articolo 416 bis del codice penale secondo cui, in esempio, chi spara e chi ha custodito la pistola sono egualmente responsabili in punto di diritto.

Il “triangolo” dei comuni

Secondo Schiavone il clan aveva il compito di colonizzare tutti e tre i comuni del “triangolo” con la direttrice convenzionale di tre clan egemoni, Schiavone a Casal Di Principe, Zagaria a Casapesenna e Iovine a San Cipriano. Su Casapesenna si decise che Fortunato Zagaria fosse persona rispondente ai requisiti del clan. “Mio fratello Walter era fidanzato con una ragazza la cui madre era originaria di Casapesenna e furono chiesto voti per Fortunato Zagaria. In campagna elettorale c’era anche un galoppino, Michele Fontana detto ‘O Sceriffo”.

Le ritorsioni verso i sindaci “sgraditi”

Poi però accade l’imponderabile: in Comune saliva qualche sindaco che non voleva i voti del clan, come Giovanni Zara. A quel punto scattavano le ritorsioni, dapprima morbide, poi strategicamente volte a far cadere l’amministrazione sgradita, poi con avvertimenti più diretti e truci: “A casa di Fabozzi a Villa Literno – ha chiosato Schiavone jr – facemmo trovare una testa di maiale fuori la porta”. Schiavone jr ha anche ammesso al Pm dell’Antimafia Giordano che i motivi di frizione fra il suo clan e quello di Zagaria erano sorti a suo tempo a causa di un appalto vinto da un suo congiunto nel bel mezzo del “regno” di Zagaria, a Casapesenna. In pratica ha messo un’etichetta di credibilità al suo “disco”.

Redazione CiSiamo
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